Tu sei qui

Tempo libero

"Era alta, magra; aveva un seno fermo e vigoroso da bruna e pure non era più giovane; era pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e su quel pallore due occhi grandi così, e delle labbra fresche e rosse, che vi mangiavano. Al villaggio la chiamavano la Lupa perché non era sazia giammai - di nulla. Le donne si facevano la croce quando la vedevano passare..."
Ecco, all'apice dei miei desideri c'è una meta impossibile da raggiungere: le parole taglienti come coltelli, i personaggi che escono dalle pagine del libro e passano accanto a noi come persone vive, i drammi della povertà fatti vivere come noi fossimo interpreti. Purtroppo non so scrivere nulla di questo ed il crudo verismo del Verga è solo il mio ambizioso irraggiungibile sogno.

Se guardo al mio passato potrei definirmi un topo d'ufficio. Già il nome topo non mi è per nulla simpatico anche se la definizione "da ufficio" è sicuramente preferibile rispetto a quella di "topo da appartamento".
Ma perché dalla sublime prosa del Verga sono caduto in queste prosaiche definizioni così rassegnate?
Semplicemente perché pensando a tutti gli anni vissuti dopo la scuola torno a vedere giorni e giorni trascorsi in ufficio. Giornate uggiose, grigie di pioggia, gelide di neve, oppure radiose di primavera, torride di afa estiva.
Ore ed ore, giorni e giorni in ufficio intento a schiacciare tasti con il solo dito indice della mano destra il solo che so utilizzare. Oppure accanito cernitore di scartoffie inutili per riempire il cestino. Oppure sonnolento e svogliato sulla poltroncina gialla a guardare il soffitto in cerca di ispirazione.
Oppure ancora affacciato alla finestra a guardare tranquille famigliole a spasso, oppure anziani ricurvi con andatura incerta e malferma poco fuori dalla vicina casa di riposo.

E con questo?
Nulla. A parte i giusti spazi per la vita famigliare una domanda mi sono sempre fatto.
Cosa faranno i miei colleghi che non hanno mai tempo per condividere o commentare le provocazioni del notiziario?
So per certo che non tutti sono schiavi delle quattro pareti dello studio.
So pure che nessuno -davanti ai nostri problemi più scottanti- trova mai il tempo per scrivere in redazione..."quello mi è piaciuto...quest'altro non lo condivido...questo lo approvo, la mia idea è questa...eccetera".
Nulla di tutto questo. E proprio per svelare un po' di questo arcano ho voluto prestare più attenzione ai modi di trascorrere il tempo libero dei miei più fantasiosi colleghi.

Dico la verità che le scoperte sono sensazionali ed anche piccanti.
Quelle piccanti le lascio per un'altra volta perché ora mi dedico -invece- a quelle sensazionali.
Al contrario della monotonia di certe pratiche insulse e ripetitive, di moduli compilati controvoglia, di libri contabili sempre aggiornati all'ultimo momento, al contrario di tutto questo ho scoperto degli interessi brillanti, fantasiosi perfino da brivido.
Ne volete qualche esempio?

I concerti? No non sono molto frequentati dagli esperti di Docfa e Platav. è proprio una minoranza chi va a concerto. Due "filarmonici" però li ho conosciuti. Il primo seguiva la figlia in esibizioni di tutto rispetto al violino. Il secondo accompagnava la moglie che faceva parte di un quartetto d'archi che rallegrava spensierate serate nel Brugariato.
Se non la musica classica, un altro genere di musica è tuttora al centro degli interessi del mio amico G.D. che ha riunito un gruppo canoro di ragazzini portandolo agli onori di un concerto applauditissimo nella sede del Consiglio d'Europa di Bruxelles.
A parte le esibizioni strumentali e canore, altri colleghi (non saprei quanti) hanno sfidato gli 8000 sia nella catena Himalayana sia in America meridionale.
Mentre io soffro di vertigini quando la moglie mi chiede di salire sulla sedia per agganciare le tende alla finestra, loro fischiettavano su pareti lisce come il vetro con alle spalle precipizi di 2000 metri.
Sinceramente non mi fanno invidia: preferisco farmi venire le vertigini guardando in TV certe riprese mozzafiato ben saldo ai braccioli del divano.
Uno di questi pazzi spericolati l'ho ritrovato dopo molti anni con un interesse del tutto nuovo.
Adesso calca le scene dei teatri di provincia. Interpreta personaggi famosi e quando lo incontri ti fornisce volentieri un saggio delle sue performance anche se lo trovi su qualche marciapiede in città. Allora assume una posizione eretta ed imponente, si atteggia con le mani ai fianchi e comincia a recitare con la impostazione vocale dell'indimenticato Vittorio Gassman, oppure di Giancarlo Sbragia o di Gian Maria Volonté. Ma non è tutto.
Poi ci sono i croceristi e gli skipper. Quelli che non si divertono se con la loro barca non tagliano onde alte almeno tre metri. Anche loro sono ammirevoli eroi ai miei occhi di ex canoista che costeggiava il lago di Cei facendosi scudo in mezzo a sciami di fastidiose zanzare.
La lista dei passatempi di colleghi molto più fantasiosi di me e sicuramente poco "topi d'ufficio" potrebbe continuare per molto.
Finirei con due altre occupazioni, forse insolite, ma entrambe degne di rispetto.
Un collega -passato in pensione- divide il proprio tempo tra la moglie in precaria salute e la funzione di sacrestano-cappellano.
Gira per i banchi per raccogliere qualche spicciolo, sale sull'altare per le letture dei testi sacri e, al segno della pace, raggiunge più fedeli che può con una vigorosa e convinta stretta di mano.
E così come non concludere un altro genere di scalatori. Per molto tempo mi ero chiesto cosa mai dovesse fare uno per essere un "ciclista scalatore", poi mi sono informato ed ho saputo che in genere è un ciclista in vena di salire e scendere i passi di montagna.
Non l'ho mai fatto. L'unico passo che ho superato in bici (una Bianchi da 25 chili) è stato il passo S. Giovanni (m. 360 di altitudine).
Sulla base di questa mia esperienza che si perde nella notte dei tempi vi posso garantire che lo scalatore non si diverte per nulla in salita mentre in discesa sicuramente il pensiero principale è quello di asciugarsi tutto il sudore della salita senza prendere la polmonite.
Ciononostante di colleghi-scalatori ce ne sono diversi; tra loro forse il mio lettore più affezionato.
Salire e scendere dal Sella, Pordoi e Gavia sarà sicuramente molto emozionante ma forse non come leggermi "la Lupa" di Giovanni Verga.

Una soddisfazione però me la sono presa finalmente. Quando mi chiedevo perché i geometri sono così poco coinvolti nelle nostre inchieste ed approfondimenti, ora so dare la risposta.

Si può mai credere che uno abbarbicato sulla cengia battuta dai venti artici a 8000 metri con alle spalle un precipizio di 2000 metri abbia il tempo per mandare due righe al notiziario?