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Paesi trentini, ritorno alla sobrietà

Dalla dignitosa semplicità allo sfoggio di ostentata opulenza. Una analisi di certa architettura nostrana, specie quella dei centri di montagna ci interroga sul suo futuro: sarà il genere fantasy a dominare?

Paesi trentini, ritorno alla sobrietà

Progettare “contemporaneo” nella tradizione dei luoghi
PAESI TRENTINI, RITORNO ALLA SOBRIETÀ
Non passa attraverso il fantasy la buona architettura

Negli anni, lavorando, sbagliando, rischiando, studiando e imparando, ho fatto esperienza. Adesso mi torna utile per avere un’opinione, uno sguardo critico sulle cose che mi incuriosiscono. 
Per esempio, l’architettura fantasy.

Da decenni giro il Trentino per diletto e, guardandomi attorno, non posso fare a meno di notare come abbia preso piede negli ultimi anni, soprattutto nei più rinomati centri turistici di montagna, un’architettura che definire bizzarra è riduttivo, trattandosi di un amalgama eterogeneo di riferimenti stilistici riconducibili al mondo Disney e dei fratelli Grimm. Mi riferisco a quell’architettura, che sovente fa mostra di sé sia nei centri storici che nelle aree di espansione, caratterizzata da una profusione di abbaini, tetti incombenti dagli smisurati sporti di gronda, guglie svettanti, erker ammiccanti e posticce torrette, finte capriate e finti graticci strutturali, colonne a torciglione a sostegno di graziosi tettucci, massicci poggioli con leziosi parapetti, arzigogoli lignei, decorazioni dipinte e dipinti a soggetto alpestre. Insomma un’architettura spuria e un po’ tamarra, che dimentica e rinnega gli stilemi della sobria architettura tradizionale senza tuttavia avere il coraggio di avventurarsi in una buona architettura davvero contemporanea. Dice: piace agli ospiti… Lo credo! non hanno alternative: gli fai credere di essere in un mondo a parte, fatato, con i grembiuli blu e le gote rosse, con gli orsi mansueti, i lupi delle favole e i caprioli scodinzolanti, i boschi cupi e le acque cristalline, e non vuoi dargli anche le case e gli hotel che sembrano usciti dai libri dell’infanzia, che quando aprivi le pagine centrali si alzava, come per magia, un castello tridimensionale che lasciava a bocca aperta, o una casetta di marzapane con i cuoricini ritagliati negli scuri? Opulenza ostentata, farlocca, inutile e disarmante. Fantasy appunto. 

Intendiamoci, siamo in buona compagnia: a Courmayeur e a Val d’Isère, a Chamonix, a Crans-Montana o a Vail la situazione è simile: sembra che si scambino tra loro gli stessi progettisti, tutti appiattiti su un internazionale e trasversale “mountain style” che non trova riscontro nella tradizione dei luoghi, ma semmai ne scimmiotta i tratti, ma fuori scala e fuori contesto, anche perché le nuove funzioni ricreative e di villeggio hanno poca attinenza con la tradizione dei luoghi. Non puoi spacciare il tuo resort cinque stelle per malga; non è corretto.

C’è da chiedersi invece come mai in Alto Adige il fenomeno non sia così marcato, se non addirittura assente. C’è da chiedersi, ma in realtà si sa pur fingendo di non saperlo, quali siano state le scelte politiche, coraggiose e lungimiranti, che hanno da un lato impedito che anche lì il nuovo costruire si concretizzasse in forme bislacche e incongrue, e dall’altro favorito una ricerca architettonica assolutamente originale e contemporanea, a suo modo profondamente “alpina”, la cui attuazione si innesta alla perfezione nel tessuto urbanistico esistente, arricchendolo di idee nuove per formare, con esso e assieme all’ambiente naturale saggiamente conservato, un paesaggio montano convincente, gradevole, apprezzabile e apprezzato. Probabilmente in Alto Adige si è semplicemente scommesso consapevolmente sulla sperimentazione e sulla cultura del paesaggio. E, buon per loro, hanno vinto.

A onor del vero bisogna riconoscere che, in questo campo, la dicotomia confinaria Trentino - Alto Adige non è sempre così netta: ci sono esempi di buona architettura in Trentino come di architettura scadente in Alto Adige. Certe degenerazioni come quelle stigmatizzate non sono prerogativa esclusiva dei centri montani trentini, ma è altrettanto indiscutibile che in Alto Adige il livello qualitativo del costruito sia di un livello nettamente superiore, culturalmente più maturo e caratterizzato da un’invidiabile carica innovativa.

Ho avuto occasione, tempo fa, di visitare una mostra di cartoline d’epoca, che rappresentavano –tra l’altro– i centri turistici trentini di inizio secolo scorso. L’elemento che saltava all’occhio era la estrema sobrietà degli edifici, sia che si trattasse di case d’abitazione che di esercizi alberghieri, o di strutture pubbliche oppure commerciali, ognuno riconoscibile per ciò che era, e tutti appropriati a quel paese, a quel luogo: pochi materiali, volumi e proporzioni coerenti alla funzione, linee misurate ed equilibrate, insomma semplicità, quasi disarmante, associabile proprio a certa nuova architettura altoatesina. La massima concessione alla decorazione erano i marcapiani e i cantonali risaltati in malta, probabilmente tinteggiati a contrasto. Ho spesso pensato che quell’architettura, così spontanea eppure così armonica, avrebbe potuto essere presa ad esempio –con i dovuti aggiustamenti per le nuove e diverse esigenze intervenute– per dare vita al successivo sviluppo urbanistico dei nostri centri abitati, ma qualcosa deve poi essere andato storto. È come se nel secondo dopoguerra ci si fosse dimenticati improvvisamente di come si costruiva e si progettava, come se il futuro non potesse ispirarsi a quanto prima era stato.

Dagli anni 60, in progressione fino ad oggi, molti paesi trentini sono invece cresciuti in modo capriccioso, a volte perfino arrogante, sembrerebbe –a osservarli adesso– addirittura senza alcuna programmazione urbanistica e in assenza di un vero comune denominatore tra passato e futuro. Arrivando, per alcuni di essi, i più ricchi, senza che ce ne accorgessimo e che nessuno lo impedisse, proprio all’aberrazione fantasy. Peccato. 
È la mia opinione, per quel che può valere.