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Lo Tsunami 2020

Un evento improvviso ed inaspettato è piombato su tutti noi come una nuvola scura e minacciosa che preannuncia un brutto temporale.
Ma questo evento non ha proprio nulla di “temporale” perché la sua fine sfugge alle previsioni di chiunque.
A noi di “Prospettive geometri” è parso importante farvi sentire che ci siamo, che abbiamo gli stessi dubbi vostri, gli stessi interrogativi ed una sola certezza: che “il dopo” sarà sicuramente diverso.

Tutti con la stessa domanda: quando finirà?
LO TSUNAMI 2020
Ha già stravolto le nostre abitudini

Di questi tempi, in casa c’è un elettrodomestico sempre acceso. È la TV che su tutti i canali riempie le nostre stanze di notizie, annunci, consigli, dibattiti e discussioni.
La tentazione sarebbe quella di tacere. Spegnere radio e TV e restare assorti nei nostri pensieri.
La casa non ci è mai sembrata così piccola e stretta. 
I giochi di famiglia ci sembrano banali ed inutili passatempi. I libri della biblioteca, letti e riletti, ci attraggono poco mentre invece vorremmo comunicare con gli amici, i conoscenti, perfino con i clienti.
Però le nostre mail cadono nel silenzio di chi non risponde. 
Ma perché: sono tutti in quarantena? In rianimazione? Oppure più semplicemente vittime di quella sorta di letargo e di quel torpore che ci priva di creatività, della voglia di reazione e dello stimolo sufficiente per programmare i prossimi 20, 40 o chissà quanti giorni, prigionieri delle mura domestiche.
È con questi stanchi ragionamenti che, tappato in casa, osservo il mondo di fuori: uno scenario da film di fantascienza. Una esperienza mai vissuta prima, forse più angosciosa dei tempi di guerra quando almeno un abbraccio ed una stretta di mano erano ancora possibili.

Azzerati tutti i nostri programmi
Ciascuno di noi aveva dei programmi per le prossime settimane: iniziare un nuovo lavoro, concedersi una vacanza, fare visita ad amici, riscuotere una parcella, soddisfare qualche pagamento, rincorrere una scadenza.
Ma ora tutto è sospeso: sembra di dover trattenere il fiato, in attesa di qualche segnale liberatorio finché l’epidemia sarà sconfitta.

Forse più uniti?
Sì, forse aumenta in noi il senso di appartenenza, l’ammirazione per i sanitari che non risparmiano energie e fatiche. Governanti ed opposizione smorzano i toni e sono d’accordo su (quasi) tutto.
Non mancano però le voci stonate, come quella del medico inglese che ha offeso gli italiani sostenendo che ne approfittano per non lavorare.

Sarà vera emergenza?
Qualche scettico rimane ancora. Tacciono le voci di chi sosteneva trattarsi solo di “una brutta influenza”.
Gli scienziati sostengono invece che è “una brutta bestia, difficile da contrastare”.
Intanto noi restiamo con i nostri dubbi e con quei presagi che non riusciamo a scordare.
Nessuno prevedeva il diffondersi del corona virus ma appena esploso tutti hanno accettato comportamenti adeguati.
Una domanda ci assilla: quando finirà?

Città fantasma
La città è deserta e silenziosa: percorrere le strade vuote suscita un sentimento di paura come vivere un film di fantascienza divenuto realtà.
È tutto così diverso: lo sgomento del vuoto tra i semafori che pulsano a tempo, le insegne spente, gli spazi pubblici svuotati di sagome umane, gli autobus vuoti che circolano con il conducente imbavagliato.

La pietà arriva solo se i numeri diventano volti
Le notizie incessanti ci hanno abituati ai numeri: 400 morti in un attentato, 1000 naufraghi, 6 milioni di morti nella grande guerra.
Siamo così abituati ai numeri che quelli delle persone infette o decedute ci lasciano quasi indifferenti come fossero semplici dati statistici.
Diventano drammi solo quando il dolore è singolo: il medico che non trattiene le lacrime per non poter curare tutti oppure lo strazio della infermiera, spossata dopo turni estenuanti, che –impotente– ha visto la paura negli occhi dei malati e la loro implorante richiesta di aiuto.
È così che stiamo a rimpiangere i 56mila medici che mancano all’appello in Italia, oppure i 10mila che nell’ultimo decennio se ne sono andati all’estero, ma pure il nostro egoismo per aver lasciato la sanità del Sud priva di risorse, ai livelli del terzo mondo. 

Nulla sarà più come prima
Nulla sarà più come prima: ma chi lo può sapere se –prima– un evento simile non era mai accaduto?
Il nostro Paese è stato in gran parte percorso da divisioni, sterili polemiche, rivalità e verità mai rivelate.
Questo doloroso intermezzo potrebbe mettere da parte la richiesta dello Stato forte in favore di uno Stato-comunità: quella realtà cui assistiamo in questi giorni dove gli attori sono i medici, gli infermieri, il mondo della scienza e della ricerca e giù giù fino agli eroi senza nome come i rider, i commessi di negozi e supermercati.

Perché “esserci”
Si era cominciato questo nostro incontro con l’intenzione di farci sentire: una categoria che c’è e che si fa sentire anche nei momenti difficili è un organismo vitale, capace di reagire, di umanità e solidarietà.
Tutto questo passerà.
Non sarà il caso di buttarci tutto alle spalle perché dovremo aumentare la nostra consapevolezza, frenare questo mondo che corre troppo in fretta e pensare al nostro dovere di evitare altri guai.
La fine di questa esperienza non sarà soltanto festa, perché altre prove non meno dure ci aspettano, per noi e per i nostri figli.
Se questo maledetto virus ha già provocato troppi morti, pensiamo ai cambiamenti climatici.
Troppi appelli dal mondo della scienza sono rimasti inascoltati ma solo i nostri comportamenti responsabili e collettivi ci possono aiutare nelle prossime sfide.