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Il finto

Viviamo nell’epoca delle imitazioni, del finto che sembra vero e del surrogato che sembra originale.
Alvaro Periotto non ci sta e vuol dire “pane al pane” con un preciso impegno di onestà.

Il finto

Negli anni, lavorando, sbagliando, rischiando, studiando e imparando, ho fatto esperienza. Adesso mi torna utile per avere un’opinione, uno sguardo critico sulle cose che mi incuriosiscono. 
Per esempio,

il finto. 

Se io fossi legno ingaggerei i migliori avvocati affinché nelle opportune sedi tutelino la mia originalità e specificità a fronte di una sempre più massiccia e capillare opera di falsificazione e mistificazione perpetrata a mio nome. Il mercato è pieno di materiali che si spacciano per me, per legno: plastiche, metalli, gres, laminati… tutti vogliono sembrare me non essendolo. Si tratta, probabilmente, del complesso di inferiorità sofferto dall’artificiale e dal sintetico nei confronti del naturale. Evidentemente piaccio, e sotto sotto mi invidiano. 

Ma io non sono legno. Quindi non posso far altro che prendere atto del fenomeno, peraltro esteso anche fuori dall’ambito delle costruzioni, auspicando che tutti i materiali, tutti i manufatti, possano finalmente esistere per quello che in realtà sono, senza timori reverenziali, anche a dispetto dei loro inventori e loro produttori: che le mattonelle di cemento per pavimentazione non vogliano assomigliare ai cubetti di porfido o alla pietra, che i parapetti di alluminio, le finestre in pvc e certe piastrelle in gres porcellanato non si mascherino da legno, che certi impasti di resine colorate non si diano parvenza di pietrame sbozzato, che la plastica non sia spacciata in forma di fiori, o di siepe sempreverde, o di albero di Natale, oppure di prezioso tessuto di carbonio o di ricercata radica, e che certi agglomerati di origine sintetica non vogliano apparire pelle, magari fregiandosi del fuorviante prefisso “eco”. Da segnalare un recente avvistamento nel vasto orizzonte dei finti, degno di nota e di ludibrio: pali di sostegno di una linea telefonica in lucida vetroresina marrone con venatura lignea, addirittura a rilievo; manufatti la cui adozione è stata sicuramente autorizzata, non potrebbe essere altrimenti…

Al riguardo, nel mio lavoro nel campo delle costruzioni edili, mi sono imposto una linea di condotta precisa: non scegliere per me e per altri –nella fattispecie i miei clienti– materiali o manufatti finti, anche se l’offerta è vasta e spesso allettante (signora: è uguale al legno, ma costa un quinto!). Non è un atteggiamento manicheo il mio, ma un’azione di difesa del buon gusto, di salvaguardia di valori apparentemente secondari, ma invece importanti nell’ottica del costruire bene con onestà intellettuale, di autotutela da chi, sostenendo che “lo vuole il mercato…”, e sfruttando una certa ingenuità e permeabilità del consumatore sempre disponibile ad accogliere con entusiasmo “le novità”, non si fa scrupolo a travisare forme, sostanze e perfino idee, purché si possano vendere con profitto. 

È vero, a volte occorre accettare qualche compromesso, ma –a mio avviso– solo dopo aver espresso con scrupolo e risolutezza il proprio punto di vista, aver ragionato e argomentato cercando di far comprendere e persuadere. Magari facendo notare –nel caso e per esempio– di quanto sia talmente finta da apparire perfino ridicola una cosiddetta vetrocamera con “inglesina interna”. Se proprio ci si deve arrendere, lo si faccia almeno con l’onore delle armi!

È la mia opinione, per quel che può valere.

Il finto