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E la chiamano Privacy

Spesso in nome della privacy ci vengono negate le informazioni più banali.
Allo stesso tempo molte nostre notizie esclusive e personali ci vengono “rubate” attraverso le piattaforme digitali senza che noi ce ne accorgiamo.
È sicuramente un problema ma la “conoscenza” è la prima difesa.

E la chiamano Privacy

Dispositivi digitali: non è tutto oro
E LA CHIAMANO PRIVACY
Stridente il contrasto tra “facciata” e “realtà”

Ogni giorno viviamo situazioni talmente ambigue che nemmeno ce ne accorgiamo.
Stavolta parliamo di privacy, proprio quell’insieme di norme che servono –spesso– a negarci le informazioni che ci servono, mentre invece le notizie che più vorremmo tenere riservate ci sfuggono come da un colabrodo.
Facciamo fare subito un esempio?
Avete notato nei TG? La gran parte di immagini riguardano piedi che camminano, persone riprese dalla vita in giù, scarpe, gambe e sederi a spasso per le vie delle città.
D’un tratto le parti del corpo umano dalla vita in giù sono messe in primo piano, mentre le teste, i volti e le espressioni facciali sono rigorosamente censurate.
Ma ciò che più da’ fastidio sono le immagini dei bambini con i volti dentro una nuvoletta confusa che non permette il loro riconoscimento. Sarebbero le sole immagini innocenti che passano dall’ex tubo catodico ma non ci vengono più trasmesse, perché le immagini che dobbiamo subire sono quelle inflazionate dei politici, le volanti della polizia oppure quelle dei cuochi che dispensano ricette sopra padelle piene di soffritti.
Sarà vera privacy, oppure vera ipocrisia?
Non ci sono dubbi.
È solo vera ipocrisia o meglio squallida ipocrisia se solo confrontiamo queste cautele dal sapore puritano con situazioni all’opposto dove l’infanzia non solo non è rispettata ma crudelmente profanata.
Un recente esempio arriva da quell’area metropolitana abbandonata ai rifiuti a cento metri dal Tribunale di Napoli dove c’è un via vai di bimbi dai 4 anni in su che si appartano con pedofili criminali. Tutta la città gira attorno a quei luoghi ma nessuno denuncia, solo un cameramen della TV che ha scoperchiato un traffico da paura.
Privacy sì, privacy no: non è questo il problema.
Però purtroppo in questo nostro mondo, continuamente attraversato da eventi allarmanti, situazioni di emergenza, annunci di guerra e di calamità naturali, qualcosa ci sfugge.
E così si va alla ricerca di fantasmi con l’esagerata burocratizzazione della “privacy” lasciando scoperti diritti molto più importanti da tutelare.
Se da una parte l’utilizzo sempre più diffuso dei dispositivi digitali è stato considerato come un bene da sviluppare e promuovere nel nome del progresso (vedi ns. articolo sulla digitalizzazione della PA), dall’altra parte non siamo nemmeno lontanamente consapevoli di quante e quali informazioni ci vengono “rubate” per andare ad incrementare inimmaginabili banche dati dall’utilizzo più svariato.
Purtroppo non esiste una campagna informativa attraverso i grandi mezzi di comunicazione sulle problematiche connesse alla diffusione dei nostri dati personali.
Esiste infatti uno squilibrio di potere tra i monopolisti digitali e il numero enorme degli utenti delle piattaforme.
Proprio sulla scorta di qualche esempio che viene riportato di seguito, c’è da chiedersi quando si prenderà coscienza dello scambio diseguale tra la gratuità del servizio e l’alienazione della propria identità.
Proviamo a pensare a tre diverse situazioni che nessuno immaginerebbe potersi ritorcere contro di noi.

Prestito in banca 
Se ho bisogno di un prestito, l’istituto di credito me lo concederà sulla base della valutazione effettuata da sistemi di intelligenza artificiale e sulla scorta di dati personali raccolti da fonti più disparate. Nemmeno il funzionario può decidere nulla perché la decisione deriva da un algoritmo, non da una valutazione personale.
Senza nemmeno conoscerne le ragioni, il “rifiuto” può –a sua volta– contribuire ad aggravare la mia reputazione verso altri istituti finanziari.

Ricerca di lavoro
Se invece io fossi in cerca di lavoro, non sarà una persona ad esaminare il mio curriculum ma una applicazione, cioè un codice informatico che combinerà informazioni sulla scorta di criteri a me sconosciuti.
Il parametro di valutazione si fonderà su correlazioni probabilistiche ottenuto dal profilo personale dei dati acquisiti dalle piattaforme social da me utilizzate, tipo Facebook e Instagram.

Gravidanza
Lo stesso può avvenire per una giovane che avesse intenzione di entrare in gravidanza. Attraverso la registrazione degli accessi ai siti frequentati su maternità, infanzia, medicina ecc. emergerà la programmazione della gravidanza e – forse– questo fattore contribuirà ad escluderla da un posto di lavoro, senza considerare le sue reali capacità.
Nemmeno immaginiamo le conseguenze di valutazioni che potrebbero essere demandate ad un algoritmo nella pubblica amministrazione, giustizia e sicurezza se per determinate scelte venissero utilizzati i miei dati personali come amicizie, idee politiche, tendenze, interessi, passatempi.
È questa una difficile sfida che, ad armi impari, spetta al cittadino che rischia –come in certi film di fantascienza– di diventare un numero in ostaggio delle intelligenze artificiali dopo essere stato attratto nel magico e seducente mondo digitale.

E la chiamano Privacy