Tu sei qui

Codice appalti: favorisce la corruzione

Francesco Jori -evidentemente- se ne intende di pubblici appalti.
Proprio per questo motivo ha pubblicato su "Trentino" dd 27.11.2018 una lucida requisitoria contro una legge di 220 articoli, 1354 commi e 130mila parole che -nel tempo- è soltanto servita ad aumentare la confusione senza ridurre la corruzione. Se le categorie professionali devono farsi portavoce di istanze giuste verso la legalità dovrebbero far giungere la loro voce ai politici perché, al di là dei soliti slogan, aggiustino tutte le malefatte legislative che hanno portato il nostro Paese al caos bloccando -di fatto- chi vuole operare nella legalità.

130Mila parole non bastano a fermare la corruzione
CODICE APPALTI: FAVORISCE LA CORRUZIONE
Francesco jori da “trentino” dd 26.11.2018

"Burocrati-macchina e politici-bambini". Un secolo e mezzo dopo, rimane tristemente attuale la bruciante diagnosi sull'Italia espressa da uno storico napoletano all'indomani della nascita dello Stato unitario. La maxi-inchiesta aperta dalla procura di Gorizia su decine di cantieri del Nordest ne ripropone un'ennesima conferma.
Al di là di come è destinata a concludersi, e delle eventuali responsabilità che ne emergeranno, la vicenda rispolvera un problema di antica data e che però continua a rimanere ignorato.
Cioè l'esistenza di una normativa sugli appalti che lungi dal prevenire e perseguire la corruzione, finisce paradossalmente per agevolarla, a causa di una perversa alleanza tra ottusa burocrazia e mediocre politica.
È ineccepibile la diagnosi proposta dal presidente dei costruttori veneti Giovanni Salmistrari: le regole in materia sono talmente ottuse e ingarbugliate, che neppure gli addetti ai lavori riescono ad applicarle.
Sotto processo, prima ancora di possibili corrotti & corruttori, andrebbe messo in realtà il codice degli appalti in vigore dal 2016, i cui limiti sono messi a nudo già da pochi ma eloquenti numeri: 220 articoli, 1.354 commi, 743 lettere, 32 sottopunti, 25 allegati; tradotti in un autentico Mississipi di testo composto da oltre 130mila parole per un totale di 770mila caratteri, spazi esclusi.
Un'autentica giungla normativa, che lungi dal semplificare la vita a chi opera nel settore, da chi affida i lavori a chi li esegue, finisce per dare vita a una micidiale zavorra: è sempre Salmistrari a spiegare che l'Ance, l'associazione da lui presieduta, ha alle proprie dipendenze tre soli ingegneri per fornire alle imprese consulenze tecniche, e ben quaranta tra avvocati e commercialisti per dare loro sostegno legale.
Non è un vizio recente. Da anni in materia di appalti si scrivono normative sempre più stringenti che danno fastidio alle aziende perbene e non fanno né caldo né freddo a quelle delinquenziali, denuncia un magistrato, Piercamillo Davigo. E il suo collega Carlo Nordio ha ripetutamente spiegato, su un piano più generale, che le leggi vigenti in materia di corruzione finiscono per favorirla anziché contrastarla.
La materia dei contratti pubblici è all'ordine del giorno del governo gialloverde, che nel Documento di economia e finanza delinea una riforma, peraltro sollevando da subito significative critiche da parte della Rete delle professioni tecniche: specie sui provvedimenti attuativi,"scritti da troppe teste, con idee diverse, spiriti diversi e quindi obiettivi diversi".
Brutta partenza, per un provvedimento che come ha chiesto Armando Zambrano, coordinatore della Rete stessa, dovrebbe "mettere al centro gli uomini che applicano le norme, e non le norme stesse". Un'impostazione suggerita dal semplice buon senso: ingrediente che peraltro la Repubblica del Timbro ha cassato da tempo, e in triplice copia.