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ALARIA: un geometra da leggenda

Qualsiasi categoria elegge un proprio mito, inimitabile, leggendario, indimenticabile.
Tra i ciclisti ricordiamo Girardendo, Coppi, Bartali, Pantani.
Tra gli automobilisti Nuvolari, Fangio, Schumacher e via dicendo.
Vi siete mai chiesti chi possa essere il mito di noi geometri?
È ora di raccontarvi la storia del collega…

ALARIA: un geometra da leggenda

Se attraversate il traforo del Bianco, pensate a lui
ALARIA: UN GEOMETRA DA LEGGENDA
Irripetibili le sue imprese di topografo

Nel suo cognome, c’è quasi un presagio “Alaria” quasi un connubio tra le “ali” ed “aria”.
È come se il personaggio si librasse sopra di noi e con ali proprie volteggiasse nell’aria mentre noi restiamo quaggiù incantati ad osservarlo.
Ed in effetti la sua vita è piena di vicende ed imprese pressoché leggendarie che, nessuno di noi, può minimamente avere imitato nella propria vita.
Eppure si presentava come un signore dall’aspetto riservato e discreto.
Le foto di lui pervenute ai nostri giorni lo ritraggono vestito con composita eleganza, in giacca e cravatta indubbiamente senza quella disinvoltura o baldanza di chi conosce le proprie capacità e vuole esibirle davanti agli altri.
Garbato ma schivo, se lo incontrassimo per strada forse nemmeno lo noteremmo.
Stiamo parlando di Pietro Alaria, non un “geometra” qualsiasi ma un professionista che può vantare imprese e record pressoché irripetibili.
Chi come me nella propria modesta vita professionale e di topografo può vantare solo qualche piccolo frazionamento ed il piano quotato grande come un fazzoletto di terra attorno ad una casa rurale, a buon motivo, può arrossire e sentirsi un nanetto davanti ai lavori compiuti nel campo topografico dal geometra Alaria.
Nato a Torino nel 1899, ottenne il diploma a soli 17 anni.
Ciò gli permise di trovare un impiego immediato presso l’amministrazione dei “Canali Cavour”.
Fin dal 1921 ebbe modo di dedicarsi al settore topografico nel quale divenne una eccellenza.
Dal 1921 fino al 1976, cioè fino alla bella età di 77 anni, riuscì a collezionare numerosissimi incarichi in Italia e all’estero dedicandosi a moltissimi rilievi per costruzioni di alta ingegneria in decine di Stati, dalla Svizzera alla Francia, dall’Egitto all’Etiopia, dalla Spagna al Sudan, dall’Equador alla Bolivia ed al Brasile.
Non si trattava di semplici elettrodotti ma nell’insieme di opere –talvolta colossali– fino a completare una bella collezione di:

  • 21 gallerie
  • 10 autostrade
  • 10 dighe
  • 50 teleferiche (di cui una di km 36 in Spagna!)
  • 20 impianti idroelettrici
  • 50 funivie
  • 60 seggiovie
  • 20 ponti e viadotti

e poi miniere, aree di sviluppo urbano, industriale ma altro ancora.
Il suo fisico esile ma di fibra eccezionale gli ha consentito di sfidare i climi più torridi, il tormento degli insetti, la sfida del freddo artico, le vertigini dei precipizi.
Un vero eroe, ben degno di essere passato alla leggenda tra il nutrito esercito di connazionali che si sono cimentati in imprese eccezionali fuori dal nostro Paese.
Se –in modo un po’ spiritoso– il classico “geometra” é soprannominato “saltafossi”, Pietro Alaria potrebbe essere, a ragione, soprannominato il topografo che sfidò ben più di semplici “fossi” ma fiumi continentali, pianure infinite, deserti infuocati ma soprattutto vette imponenti, deserte e silenziose.
Coronò infatti la sua carriera di grande topografo con il suo personale “capolavoro”: il tracciato per il traforo sotto il Monte Bianco.
Se dalla Valle d’Aosta raggiungete la Francia attraverso il traforo del Monte Bianco, prima di imboccare il tunnel, date uno sguardo al massiccio del Bianco (m. 4.810).
A me, pur guardandolo da sotto in su, sono venute le vertigini!
Pensate a lui: a quell’omino piccolo, piccolo con gli scarponcini da montagna, i pantaloni alla zuava, un giacchetto leggero, una sciarpetta al collo ed un berretto con la visiera.
Dentro quell’equipaggiamento un geometra che sfida il vento glaciale con il suo treppiede ben piantato sul ciglio del precipizio e con sopra –sempre in bolla– il suo prezioso “tacheometro”.
Nel tempo attuale dove non c’è rilievo senza gli strumenti topografici di alta precisione, i computer ed i software, è quasi impensabile considerare che all’epoca c’era solo il tacheometro, i logaritmi ed una cigolante “brunsviga” (ma oggi chi sa cos’è?) per fare metri e metri di calcoli, far tornare i conti per chiudere finalmente la poligonale con la minima tolleranza e compensazione.
Eppure non era il Medioevo: erano solo il 1965!
Lui stesso stese, per noi posteri ammutoliti davanti alle sue imprese, una prosa che sembra poesia, come un testamento morale:
“…era un sogno ineffabile, eseguire un lavoro che poteva capitare al geometra soltanto una volta ogni mezzo secolo.
Il sogno divenne realtà…anzi ne fu superato, perché la triangolazione del Monte Bianco, eseguita col metodo classico, è arrivata all’estremo limite del tempo. In quella forma e per quella portata, in seguito, di triangolazioni non se ne sarebbero eseguite più.
Geom. Pietro Alaria”

Ma ora, del geometra Alaria, non rimane solo il ricordo.
Come gloriosi trofei gli eredi hanno donato al Collegio di Torino –al quale apparteneva– gli incartamenti, i manuali, i libretti di rilievo, lo sviluppo dei calcoli, nonché il suo inseparabile tacheometro con il treppiede in legno.
Ma non solo, a differenza di tanti altri comuni mortali, rimangono nel mondo i frutti della sua passione ed intelligenza: le opere di grande ingegneria rese possibili attraverso il suo lavoro di geometra.
Adesso, quando avrete modo di sfrecciare (attenti ai limiti di velocità) nel tunnel del Monte Bianco, pensate per un momento a quell’omino sopra le vostre teste, sull’orlo dei precipizi da vertigine e sotto la sferza del vento. 
Puntava lontano con il suo tacheometro ma vedeva oltre intuendo che di triangolazioni di quella portata non se ne sarebbero più eseguite.
Ciò che avvenne in seguito fu indubbiamente straordinario ma di certo mai così leggendario.