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Velocità virale

Prima dell’emergenza
Tra tutte le scalogne che all’indomani del Capodanno uno qualsiasi di noi avrebbe potuto prevedere per il 2020, nessuno avrebbe immaginato che le prime settimane dell’anno sarebbero balzate alla cronaca per la velocità nel contagio del corona virus.
Eppure la realtà batte la fantasia di gran lunga perché coglie tutti di sorpresa e si concretizza in mille forme inedite ed imprevedibili nel nostro modo di vivere.
Dopo i primi giorni di effettivo disorientamento, questa dilagante epidemia mi porta a qualche oziosa considerazione.

Penso –ad esempio– che se ai tempi di Marco Polo si fosse sviluppato il temibile virus in Cina e l’errabondo veneziano se lo fosse portato in laguna, gli effetti sarebbero arrivati in due-tre anni e non in una-due settimane. Quindi dobbiamo proprio ringraziare la globalizzazione se certi fenomeni, positivi e negativi, accomunano in brevissimo tempo l’intero pianeta.
Forse è proprio la velocità a caratterizzare i nostri tempi, dove tutto è accelerato, veloce o addirittura velocissimo.
Chi non corre e chi non accelera rischia di essere travolto: lo abbiamo sotto gli occhi ogni giorno.
Però il gusto per la velocità non riguarda solo la frenesia delle nostre giornate.
La velocità riguarda il veloce modo di cambiare i nostri gusti, nelle mode, l’accelerazione dei cambiamenti climatici, la celerità dei nostri spostamenti ma perfino il ricambio dei governi.
Nella mia città, nessun sindaco è succeduto a se stesso dal dopoguerra ad oggi e molti sono assolutamente convinti che la tradizione continuerà anche con la prossima chiamata alle urne.
Ma non è solo la piccola politica e l’amministrazione comunale a vedere un veloce alternarsi di personaggi, colori e casacche.
Anche a livello nazionale vediamo che chi non comanda coglie tutte le occasioni per criticare le scelte di chi sta nella stanza dei bottoni: lo critica quando decide in un verso e lo critica quando lo fa nel verso contrario.
Anche qui il cambio deve avvenire velocemente.
È una sorta di gioco, proprio come quello dei bambini che salgono alla guida di una sola automobilina a pedali e strattonano il pilota fino a tirarlo giù dalla guida.
Anche i gusti cambiano con grande velocità. Personaggi famosi, onnipresenti sulle copertine dei giornali, indispensabili nei programmi televisivi e sui social, d’un tratto spariscono e sprofondano nell’anonimato.
La velocità contamina anche la mia città: un tempo vivace per la presenza di negozi, artigiani, osterie e bar in tutto il centro storico, ora monotona e banale nel susseguirsi di negozi che vendono straccetti a 10-20 euro, deodoranti, profumi, saponi e servizi telefonici.
Spariti i vecchi bottegai, hanno abbassato i battenti l’ombrellaio, l’orologiaio, l’arrotino ed il calzolaio; solo uno li sopravvive e fa grandi guadagni. 
È il farmacista.
Quand’ero ragazzo, ai tempi di Fred Buscaglione e di Mario Riva (ma chi se li ricorda?), c’era un vecchio farmacista in una antica bottega arredata con rivestimenti e scaffali in legno scuro. Vasi in porcellana e vasi in vetro erano in bella esposizione come reperti etruschi nel museo archeologico. Poche le specialità farmaceutiche in scatola o nei barattoli. Quando si entrava era l’odore acre dei solventi, degli acidi e dei talchi ad aggredire le narici.
Ma non sempre chi era intenzionato ad entrare ci finiva dentro.
Il vecchio farmacista con il camice bianco, alto, dinoccolato, figura quasi ieratica, capelli bianchi ed aria severa, era lì sulla porta per mettere in guardia chi voleva entrare.
Quasi con aria minacciosa interrogava le persone sulla porta rimproverandole: “Volete proprio avvelenarvi con queste porcherie? Immaginate quanti veleni ci sono?”.
Non tutti avevano la sfrontatezza di affrontare il pericolo annunciato proprio perché molti se ne tornavano a casa, chi con il mal di denti, chi con la digestione lenta, chi non una inarrestabile perdita dei capelli.
Com’è cambiato velocemente il mondo.
Adesso la farmacia è il negozio più frequentato. Guardo dalla finestra del mio studio la farmacia difronte e scorgo la lunga fila di 10-15 metri dove le persone pazientemente attendono, un passo alla volta, di avvicinarsi al bancone.
Nei chilometrici scaffali si trova di tutto: prodotti per l’igiene, per riposare i piedi, per la crescita dei capelli e la perdita dei denti. Ma anche giocattoli, medicine per i cani, pannolini, pannoloni e perfino i punti per vincere un bel regalo.
Non c’è più il vecchio farmacista che faceva da catenaccio davanti alla porta. Graziose commesse sono sparse nel lungo percorso tra l’ingresso ed il bancone e sorridono compiaciute ai lati della fila di ipocondriaci, depressi, iracondi, insonni, stitici ed incontinenti.
Sarà forse un mondo più malato a produrre tanti clienti o sarà la ricerca di un farmaco non ancora brevettato e non in commercio che attira tutti al bancone dei miracoli cercando inconsciamente un farmaco per il buonumore?
Però nessuno ha voglia di ridere e sono tutti in un imbarazzato silenzio: qualcuno con in mano una ricetta ed altri che ripassano mentalmente il nome impronunciabile di un prodotto visto in TV, raccomandato dall’amica o pubblicizzato sui giornali.
Eppure –oggi– basterebbero due starnuti e qualche colpo di tosse per disperdere quella fila ostinata che ripone le proprie speranze nella chimica farmaceutica di oggi.
Invece oggi non ci sono nemmeno più i burloni di un tempo, o meglio nessuno lo fa gratis.
Ma torniamo a parlare di velocità. 
Potrei fermarmi ancora per molto tempo a parlare di velocità, proprio perché tutto attorno a noi ha cominciato a correre e correre.
Corrono anche i cambiamenti climatici ma la politica non ha tempo di occuparsene: troppo veloci ed incalzanti i problemi in agenda per occuparsene: le pensioni, il Pil, le tasse, la prescrizione ed altro.
Corrono anche gli italiani. Corrono sulle strade e sforano tutti i limiti di velocità. Tutti hanno così fretta che l’attento conducente che rispetta i limiti diventa il “cornuto” di turno, il rimbambito cui togliere la patente, oppure il soggetto cui mandare qualche “vaffa” e strombazzarlo impietosamente se si arrischia a fare una coda rispettando i limiti della segnaletica.
Velocità è ormai un motto comune: ebbrezza e velocità.
Volete provare veramente una sana emozione?
Scendete sulla A15, l’autostrada della Cisa, dal passo della Cisa verso Fornovo.
Una autostrada con curve a corto raggio e limiti di 60 chilometri all’ora.
Le possibilità sono due: venire giù a rotta di collo, ai 100-120 km all’ora o rispettare i 60 km all’ora.
Nell’uno e nell’altro caso il brivido è assicurato.
Ai 100 all’ora è tutta una emozione sfiorare i guardrail e tagliare la linea continua che serpeggia verso valle zig zagando tra vetture, autoarticolati ed autobus turistici: uno sguardo al vuoto di 80-100 metri sotto i viadotti è una emozione accessoria ma compresa nel ticket.
Ma pure ai 60 km all’ora il brivido è assicurato: sicuramente un TIR vi starà alle calcagna con il clacson che vi lacera i timpani e quel mostro appiccicato al vostro paraurti: una scena da incubo degna del grande film di Kubrick: Duel.
La situazione vi metterà un brivido tale che a confronto l’emozione dei Batman che si buttano dal monte Brento apparirà come un solletico.
Ricordatelo: “Duel” di….Kubrick.
Non perdetevelo, nei migliori cinema, ma ancor meglio sulla A15.

 

Dopo l’emergenza…
Sembra passata la tempesta. Sono finiti i bollettini di guerra. Alle spalle abbiamo tanti giorni tristi, tante perdite, tanto dolore e davanti solo prospettive incerte…
Nei prati in questi giorni fiorisce il tarassaco. I fiori si aprono tutti assieme la mattina presto e allora una mano di giallo acceso passa sulla montagna, come se a inondarla fosse il sole stesso.
È finita la grande paura. La gente ha ripreso a scendere in strada, incontrarsi, abbracciarsi o stringersi la mano.
Tutt’attorno tutto è più tranquillo e riposante.
Tra mille incognite si torna a vivere.
La grande sconfitta è la velocità, quella sfrenata ed irragionevole voglia di correre e di arrivare prima.
Stavolta non è l’uomo ad arrivare prima, perché con tutte le sue conquiste è stato sconfitto proprio da un “essere” minuscolo: un piccolo virus, grande solo 20milionesimi di millimetro, ma più veloce di noi.