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Una vacanza che cambia la vita

Chi, se non lui, avrebbe scelto di trascorrere le vacanze in un campo sovraffollato tra rifiuti, e fognature a cielo aperto?
La storia di un giovane Collega che invece delle vacanze a Ibiza o in spiagge mondane, ha scelto di scendere nei gironi dell’Inferno, nel campo di Moira.

Una vacanza che cambia la vita

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UNA VACANZA CHE CAMBIA LA VITA
Perché non Ibiza ma Lesbo?

Perché mai un giovane come lui ha deciso di trascorrere una vacanza diversa dai suoi coetanei?
Faceva parte di una compagnia di ragazzi e ragazze molto affiatata e le mete estive erano quasi sempre le stesse: Ibiza, Santorini, il Salento, Lloret de Mar, Benidorm.
Ma l’estate scorsa voleva dare una scossa alle proprie vacanze: non più l’estate pazza trascorsa a frequentare le discoteche fino all’alba, corteggiando belle ragazze di tutta Europa ma un’altra meta, lontana dal mondo godereccio e fasullo delle ubriacature e dello sballo a tutti i costi.
Alla fine si era fatto lusingare da una vacanza veramente alternativa, quella organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio nell’isola di Lesbo, nel campo di Moira.
Proprio quello che solo pochi giorni dopo sarebbe stato devastato da un furioso incendio che ha distrutto perfino i precari rifugi dei profughi.
A Lesbo però la sua meta non era in quella parte scintillante di lunghissime bianche spiagge alla moda, ma nell’area dell’isola distante anni luce dal lungomare frequentato dai turisti; proprio in quello spazio dimenticato dove, tra il lerciume dei rifiuti, vivono 15mila disperati che inutilmente bussano alle porte della ricca Europa.
Come Andrea, queste vacanze le hanno fatte almeno altri 300 volontari provenienti da tutta Europa.
E come Andrea hanno voluto vedere dal vivo quella umanità dannata che nei telegiornali appare per pochi secondi tra un litigio politico e lo scoop di una rock star, ma non solo vederla ma pure viverci assieme.
Qui, tra rifiuti, tende e baracche fatte di stracci, lamiere e pezzi di plastica vive una umanità di varie provenienze: Siria, Gaza, Afghanistan, Pakistan, Iraq, Iran, dei più disparati ceti sociali: commercianti, medici, studenti, archeologi, architetti, pastori, venditori ambulanti, tutti assieme non suddivisi tra quartieri alti e bassifondi ma in un unico grande inferno dove la speranza di entrare in Europa si è trasformata in delusione e disperazione.
Qui Andrea ha visto raccontare tante storie, soprattutto di tristezza, disperazione ed odio.
Come i famigliari di Mays che da quando hanno ricevuto il primo rifiuto alla richiesta di asilo soffrono di depressione, hanno tappato le finestre del loro container e vivono nella oscurità.
Qui ha ascoltato storie comuni di uomini barbuti che imponevano le loro leggi, amputavano le mani ai ladri, lapidavano le adultere ed esibivano teste mozzate in piazza.
Non solo ma ha ascoltato anche la storia di povera gente terrorizzata che, dopo i bombardamenti, uscendo dai rifugi sotterranei trovava centinaia di morti asfissiati dal gas di cloro.
È proprio a Lesbo che ha fatto amicizia con Khantar, cristiano sopravvissuto alla furia omicida dell’ISIS che, in pochi anni, ha decimato le comunità di cristiani in Siria, scannati, sterminati o venduti come schiavi…nel silenzio più totale dell’Europa.
È suo il racconto fatto tra rabbia ed amarezza, perché riapre vecchie ferite.
“Sono stato fatto prigioniero, e condotto nel posto delle esecuzioni perché pretendevano che diventassi musulmano.
Prova ad immaginarti uno che ti dice –vieni che ti tagliamo la testa…ho avuto paura ed ho finito di dire “Mi avete convinto”.
Ho avuto salva la vita, poi sono riuscito a scappare ed eccomi qui tra il filo spinato.”

Ma la iniziativa della Comunità di Sant’Egidio non si è fermata ad ascoltare queste testimonianze sprecando parole di consolazione e promesse impossibili da realizzare: ha invece cercato di portare un po’ di umanità ed un sorriso a troppe persone sofferenti e rassegnate nel nome di quella Europa che non vuole alzare muri e girarsi dall’altra parte.
Così un vecchio edificio cadente è stato trasformato nel “ristorante della solidarietà”.
Un posto decente, ordinato ed accogliente con tavoli e sedie di plastica, tovaglie pulite e buon cibo. Soprattutto un momento di “normalità” dove si sono riunite tante famiglie di profughi finalmente considerati esseri umani.
Andrea lo ricorda con soddisfazione: più di 300 persone hanno avuto il permesso di uscire dal campo profughi, cenare assieme e sentirsi come a casa.
Andrea ne parla con orgoglio e confida che la sua è stata la vacanza più emozionante di tutte. Confessa che proprio a Lesbo in mezzo ad altri volontari come lui, ha sentito di trovarsi in un’altra Europa, quella che ha un’anima, quella che richiama volontari carichi di entusiasmo e tante energie positive ma che allo stesso tempo vorrebbe dare ai fratelli accomunati da un barbaro destino l’immagine di un continente che ha un cuore, dove l’umanità è ancora un valore.
Lasciando il campo di Moira, alla fine delle mie “vacanze” –ha confidato Andrea– mi è rimasta negli occhi l’immagine di tanti giovani, il sorriso malinconico di tanti bambini, lo sguardo rassegnato di adulti ed anziani che hanno lasciato tutto.
Tutti assieme, fuggiti dalla guerra, dalle nefandezze dell’odio e della violenza armata con strumenti di guerra per lo più fabbricati in Europa.
Hanno lasciato la loro patria, le case e gli affetti per rincorrere un sogno di libertà che è finito in questo inferno di baracche fatiscenti e di altro filo spinato, quello che circonda il campo di Moira, isola di Lesbo, Europa.