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Studente fuori corso

Maledizione! Avevo proprio tutti gli appunti per questo editoriale e li ho persi.
Mi affanno a sfogliare di nuovo tutta la catasta di fogli, notes ed opuscoli ma quelle maledette tre-quattro pagine non riesco a trovarle.
Ciò che più mi innervosisce è la certezza che dovrò ricominciare tutto daccapo, e quando avrò finito, quegli appunti salteranno fuori solo per farmi andare in bestia.
D’altronde è questo il destino mio e di quelli come me che non hanno una memoria fotografica.

Per fortuna il caso, o volendo la fortuna, in certi casi soccorrono anche noi poveri derelitti sempre affannati a cercare la paginetta che avevamo in mano dieci secondi fa. È mia moglie che mi viene in soccorso (non questa volta) perché si ricorda che il foglietto era piccolo, il fascicolo era rosa, la foto l’avevo in evidenza sul tavolo. Ma non basta lo smacco di non avere uno straccio di memoria, perché poi mi sento pure la predica: “Perché devi fare più attenzione…essere meno distratto…sforzarti di ricordare…assumere più fosforo, eccetera eccetera”.
La faccio tanto lunga ed invece ho un messaggio importante per voi che siete i patiti dei corsi di formazione e per quelli come me che, superata più volte la soglia degli…anta, guardano con invidia l’avvocato, l’architetto e l’ingegnere della stessa mia età che i corsi non li devono più fare.
Proprio qui inizia la mia avventura.
Sessanta punti in tre anni non sono tanti ma nemmeno pochi se non hai voglia di farli. Se ti trovi in questa categoria, se ritieni che quello che sai è sufficiente per startene in studio ad aspettare il cliente che non viene o il committente che non paga, hai comunque ancora qualche speranza: frequentare un corso facile, poco costoso e…rilassante.
Almeno così credevo.
È stato questo il motivo a convincermi presto che 16 punti in due giorni per apprendere conoscenze in un settore, come l’agricoltura, che mi attraeva fin dagli anni in cui a scuola si studiava il sovescio e la coltivazione a ritto chino, sarebbe stata una soluzione -tutto sommato- soddisfacente.
Al mattino mi alzo prima del solito, convinto di raggiungere l’istituto S. Michele in meno di un’ora. In effetti sbaglio i conti e, credendo di evitare le code mattutine, mi perdo nelle campagne tra Zambana, Nave S.Rocco e S.Michele per arrivare abbondantemente dopo le 9.
Riesco a parcheggiare a metà tra una strada ed una aiola e poi cerco di orientarmi nella enorme cittadella agraria alla ricerca dell’edificio giusto.
Trovo soccorso in una stupenda ragazza mora che stento e credere dedita all’agricoltura.
Raggiungo la sala congressi del terzo piano dopo la scalata di 72 gradini a due a due.
Cerco di restare calmo e fissare i tre obiettivi della giornata, firmare tutti i registri di entrata ed uscita, rilassarsi e mantenere l’incognito.
Il primo sarà il mio assillo principale per due giorni, il secondo va così così (ma vi racconterò), mentre il terzo non è un problema: nessuno mi conosce e non ho voglia di conoscere nessuno.
Penso alle ultime parole di mia moglie “Parla, parla, chiedi, informati non fare “el murgon” come al solit”.
Le sue parole non mi turbano più di tanto, infatti lei è lontana e posso anche restare in mezzo alla folla di sconosciuti senza nemmeno la necessità di dire “Buongiorno, buona sera”.
In questo mi riconosco un vero “trentino”.
Tra l’altro -penso- questo ambiente agricolo un po’ introverso e scontroso mi può essere solo di aiuto.
Entro in sala quando il primo oratore è già sul palco e borbotta sommessamente senza che io riesca ad afferrare una parola, perché tiene il microfono all’altezza del tavolo. Tutte le 98 poltroncine sono occupate e trovo posto su una provvidenziale panchetta di legno durissimo che si trova proprio in fondo alla sala.
D’altronde mi sento un po’ uno studente fuori corso e quella posizione mi si addice.
Rimarrò lì per le prime 4 ore mattutine e per le restanti 4 pomeridiane con il pensiero fisso al mal di schiena ed al sedere dolorante.
Soltanto il secondo giorno riuscirò a conquistare una poltrona in prima fila che difenderò temerariamente tutto il giorno, benché contesa da corsisti di altre regioni.
In realtà i docenti e gli oratori si susseguono a ritmo sostenuto: qualcuno per disquisire sul difficile compito dei periti, altri per spiegare i meccanismi delle coperture assicurative o per illustrare le tecniche di coltivazione delle viti.
Pressoché profano e per lo più astemio, comprendo che il mondo agricolo di un tempo, quello che tanto mi affascinava per il contatto con la natura, per le consuetudini di coltivazione e per il semplice stile di vita del mondo agricolo, è solo un vago ricordo sicuramente sconosciuto alle giovani generazioni.
Guyo, pergola, sesto di impianto. Spollonatura, sfogliatura e poi botrite, marciume acido, drosophila suzukii sono termini che ricorrono più di frequente e mi spiazzano davanti ai lontani ricordi del verderame e dello zolfo dato da mio nonno per garantirsi quelle due botti di vino fatto in casa.
Adesso chi chiede semplicemente “vino da tavola” rischia una figura meschina perché il vino da tavola ha cambiato nome e si chiama “vino generico”.
Poi la scala gerarchica del vino sale da “varietale” a “IGT” a “DOC”, su su fino all’Olimpo del nobile irraggiungibile “DOCG”.
Da un umile vino rosso ad un euro al bicchiere -sufficiente per la sete di un povero cristo- si arriva alla vetta della bottiglia da mille euro e più per i palati più delicati e le seti più snob.
Alla fine della prima giornata una sorpresa: arriva sul palco un giovane zelante, capelli in disordine, occhiali e barba di tre-quattro giorni.
Cosa impensabile in altri tempi: è uno psicoterapeuta.
Aveste immaginato un coltivatore della terra che va nello studio di psicoterapeuta? Io no.
Oggi questo è possibile o quasi. Infatti è lo psicoterapeuta che va incontro al mondo agricolo.
È simpatico perché simula le situazioni più strane: un litigio tra moglie e marito, poi una situazione che degenera (cioè quella di un tale che sulla Freccia Rossa ti frega il posto) e perfino la scenetta del Perito che, con due ore di ritardo, arriva in campagna dal contadino furibondo.
Lo psicologo è bravo ed anche simpatico perché imita alla perfezione la vocetta stridula della moglie furiosa e quella paziente e dimessa del marito-martire che cerca di tranquillizzarla.
Non credevo tanto.
È così che in un corso per perito agronomo apprendo la tecnica del “disco rotto”.
Ve la rivelo perché può essere di grande aiuto anche a voi.
Quando si intravedete una situazione che può degenerare, non vale la pena di dare spiegazioni e cercare di convincere l’interlocutore delle vostre buone ragioni.
Adottate la tecnica del “disco rotto”. Nel caso abbiano occupato il vostro posto a sedere sul treno, ripetete all’infinito: “Questo è il mio posto, la prego di alzarsi. Questo è il mio posto, la prego di alzarsi. Questo è il mio posto…”.
Francamente non l’ho ancora sperimentato, ma se qualcuno è disposto ad utilizzarlo, il consiglio è quello di valutare preventivamente se la persona seduta non sia più grande e grossa di voi perché in questo caso utilizzerete la battuta di riserva cioè: “Scusi tanto, resti pure comodo, troverò di sicuro un altro posto”.
Finita gloriosamente la prima giornata, si affronta il secondo ed ultimo giorno con un programma decisamente più leggero.
La mattina -quasi- vola. Una simpatica giovane entomologa, addetta a dare la caccia ad insetti, larve e farfalle, che stanno a proprio agio tra i chicchi profumati dell’uva, ci spiega i segreti delle classificazioni del vino.
Mi consolo perché mi affaccio ad un mondo dove la complicazione e la burocrazia sono a loro agio, poco diversamente dalle scellerate procedure che perseguitano in studio la nostra vita quotidiana.
Nulla da invidiare a questo mondo agricolo dove burocrazia, regole, protocolli e convenzioni rappresentano paletti complicati ed assurdi ed hanno ammazzato il buon contadino di semplici abitudini che io ricordavo.
Beato il vecchio contadino di altri tempi, scarpe grosse e cervello fino: adesso se non si consiglia con un agronomo, un commercialista ed un consulente del lavoro, non sarà più nessuno ma solo un mentecatto che vive di espedienti.
Le ultime ore del corso sono una sfilata della intellighenzia peritale. Periti di mezza Italia si confrontano sui casi più disparati ed ognuno spiega come affronterebbe un certo problema.
Proprio difronte a me, uno di loro, molto simpatico, rosso in faccia, mi guarda negli occhi come se io ne capissi qualcosa. Io annuisco con gli occhi ma intanto penso “Stai buono, per favore. Non farmi domande perché non ci capisco una mazza”.
Un altro, che sembra ancora più navigato, ha un sorriso sornione, la barba di due giorni e sorride sotto i baffi con sufficienza ascoltando i colleghi che spiegano come hanno risolto i loro casi “difficili”.
La seconda serata finisce alle vicine cantine del Rotari di Mezzolombardo. Resto incantato davanti ad un complesso enorme, pieno di cisterne luccicanti in acciaio inox. Per un attimo penso come tutta la produzione della rotaliana possa essere contenuta in quell’immensità di cisterne.
E penso per quanti anni (o secoli?) un buono assaggiatore riuscirebbe a placare la sete.
Assaggio il primo bicchiere di Rotary e dopo un po’, già con gli orecchi rossi, trovo il coraggio di affiancare una bella agronoma dalla bellezza lancinante (si dice così?) che avevo puntato dal primo giorno.
Dopo il secondo bicchiere trovo il coraggio di dirle: “Interessante questo corso, chissà che non ci vediamo anche il prossimo anno!”.
Lei sorride e si allontana.
Mi allontano anch’io un po’ brillo lasciandomi alle spalle 97 colleghi, molto più intenditori di me che danno fondo alle bottiglie rimaste ed affondano ancora il naso agitando il calice.
Mi conforto dicendo tra me e me: “Dopo tutto non è andata male: 16 punti sono quasi un terzo della scalata”.
Domani al lavoro. Ancora lì in studio ad aspettare il cliente che aveva assicurato:
Domani. Sì domani, passo a pagare”.
Chissà se è il “domani” giusto.