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Mi riprendo il Natale

Vi piacerebbe iniziare questa chiacchierata di fine anno con qualche immagine che richiama la neve, le renne, i panettoni e gli stomachevoli ritornelli natalizi che inondano le strade cittadine?
E invece no.

So per certo che molte persone ansiose e fragili, con l’avvicinarsi del Natale, vanno in depressione e sono preda di istinti violenti, perfino aggressivi o suicidi.
Non sono né un sociologo né uno psicologo per addentrarmi nel mistero della psiche e comprendere certi meccanismi mentali. 
Però ho vissuto abbastanza Natali consumistici da averne a sufficienza, percepire effetti ansiogeni e ricercare una seria contro indicazione.
Cercherò quindi di smontare la messinscena natalizia che ormai ci porta ad una forzata aria di allegria ed una festa perenne, tra i fumi del vin brulè e l’acre odore delle costine di maiale arrostite, il tutto in un improbabile villaggio di eterni nanetti.
Per carità. Non vorrei attirarmi le ire di tutta la “macchina del Natale”, quella che porta milioni di euro nella economia e centinaia di migliaia di forzati turisti nei mercatini per il rituale pellegrinaggio verso sei-sette città al giorno a “40 euro tutto compreso”. 
Questo è il Natale che porta sollievo alle tasche di artigiani, commercianti ed operatori turistici ma conduce i più fragili come me alla nausea e all’orlo della sopportazione.
A mio avviso abbiamo raggiunto e superata la soglia della pazienza.
Attualmente il Natale non inizia più con l’Avvento ma verso la metà di ottobre, anzi ogni anno un po’ prima, con i grandi magazzini che sloggiano gli ombrelloni e le sedie da giardino per far posto agli alberi di Natale finti ed alle palle di vetro colorate.
Purtroppo quasi tutte le festività del calendario “cristiano” sono state risucchiate dalle logiche commerciali e dalla macchina pubblicitaria. Vi si buttano perfino le compagnie aeree e le agenzie di viaggio con voli alle Maldive a prezzi stracciati, settimane di fine anno con proposte natalizie su bianchissime spiagge tropicali costellate di sorridenti ragazze in bikini oppure con il miraggio di vincite favolose a Las Vegas.
C’è però un vasto assortimento anche per i più casalinghi che preferiscono stare in Europa. Per questa clientela troviamo: “Parigi 3 notti ad € 399”, “Varsavia 4 giorni ad € 249” ma anche un più familiare “Casalpusterlengo 2 notti ad € 60”.
Oggigiorno pubblicità e commercio ci hanno rubato proprio tutto, il giorno dei morti è stato trasformato nella carnevalata di Halloween, mentre la festa di S. Giuseppe è diventata la festa del papà. 
La Pasqua è invece la festa dei coniglietti di cioccolato e delle colombe ripiene.
“NON SE NE PUÒ PIÙ!”
Come ebbe a sbottare una elegante signora toscana che in traghetto tentava di dormire accanto al mio amico che ha russato ininterrottamente (e rumorosamente) da Livorno fino al calare delle ancore ad Olbia.
Così io mi faccio promotore di una iniziativa che riconduce le cose alla loro autentica natura: il Natale sarà solo Natale, la festa dei morti solo il ricordo (e non la presa in giro) dei defunti, S. Giuseppe sarà solo S. Giuseppe ma non la scatoletta di cioccolatini infiocchettata e via dicendo.
Ma poi che fare con tutte le feste e le tonnellate di paccottiglie da far circolare nel vortice del business?
Mica si possono riempire i magazzini di addobbi natalizi, babbi natali di plastica ed orologi a cucù.
Occorre pur salvare l’economia che gira, dare ossigeno al commercio, far costruire angioletti di legno agli scultori, far cuocere le braciole all’oste biologico!
Sì: un’idea anche per questi ce l’avrei.
Potremmo pensare a delle feste apposite: grandi recinti tipo Disneyland dove si beve il brulè, si ficca il naso nello zucchero filato, si annusa un salamino di Norcia e si attacca bottone con la bella commessa infreddolita che vende microscopici strudel a 10 euro l’uno. Qui troverebbero posto anche lo scoppio dei petardi, l’abbaiare dei cani, la musica pop e perfino gli accordi stonati del rumeno che si improvvisa Louis Armstrong con melodie lacrimevoli da offendere perfino la dignità della sua trombetta da pochi soldi.
In questo grande recinto ci sarà sempre festa ma ci sarà anche una netta distinzione tra quella autentica delle antiche origini e quella patacca, godereccia e fantasiosa che ha preso il sopravvento.
Perfino Gesù Bambino non sarà più scambiato per Babbo Natale, né l’Epifania per la Befana.
È ora di mettere un po’ di ordine in questa era del caos.
Infatti se c’è una sensazione predominante in questo nostro tempo, questa è sicuramente la “confusione”. 
Nessuno riesce più a capire il proprio ruolo in questa strana società e mentre pensiamo di essere padroni di noi stessi finiamo inconsciamente ingabbiati nei giochi degli altri, dei politici, della pubblicità, delle mode ed ora anche degli influencer.
E mentre non si distingue più il saggio dal ciarlatano, ogni giorno siamo costretti a rivedere le nostre convinzioni sotto un bombardamento di annunci e smentite: insomma non è più possibile credere in qualcuno o qualcosa senza vederlo mettere sotto accusa il giorno dopo.
Perfino la natura non rispetta più il calendario, non si accontenta di venticelli da 80 km all’ora ma deve soffiare a 200, non bastano 200 mm di pioggia, ne devono cadere 450.
E la plastica entrata nel nostro circolo alimentare? Ora perfino la spigola sa di plastica e non senti più la differenza tra quella acquistata dal pescivendolo e quella acquistata nel negozio dei giochetti da spiaggia.
Ed allora io non ci sto più.
Non ho molto tempo per mettere in atto il mio progetto ma mi impegno seriamente a farcela.
D’ora in poi dobbiamo dire vino al vino e pane al pane.
Oggi è il 14 novembre e da qualche settimana collane di luci spente penzolano sopra le strade.
Il Sindaco scrive a tutti i residenti del centro: “È il tempo di immergerci nella magia del Natale...” 
Preparatevi alla baldoria anche quest’anno (questo lo dico io): non potrete più parcheggiare in centro e non potrete raggiungere l’ufficio senza essere spintonati in mezzo alla folla in processione tra le casette dei sette nani.
È iniziata la bisboccia: si mangia, si beve, si schiamazza in mezzo ai fumi del brulé e si ascolta musica da strapazzo. 
Per quanto tempo? Molto. Troppo. Almeno per altri 50 giorni fino alla Epifania.
E all’Epifania? Non arrivano più i tre re magi ma c’è una brutta vecchia che se ne va in sordina. È finito lo stress ma ci rimane tanto vuoto dentro; si spengono le luci e tace il gracchiare degli altoparlanti. 
Allora mettendo le mani nelle tasche vuote ci chiediamo: cos’è stato?
Per tutto questo sento di dover mettere in atto il mio programma.
Inizierò con un “servizio d’ordine”. Da una parte il Natale Natale. Dall’altra il Natale festaiolo che dura tre mesi l’anno.
Da una parte, silenzio, raccoglimento, riflessioni sulla nostra esistenza e magari un piccolo presepe con il bambinello, la segatura per terra, una corteccia per capanna e qualche pastore di cartapesta. 
Dall’altra la festa continua. Musica, rumori, angioletti di plastica, succhi di frutta, grappini, renne di ceramica, speck e strudel in una sfrenata festa consumista di cose ed oggetti superflui.
Ed in mezzo? L’uomo di oggi, confuso nell’inseguire il nulla, ma responsabile di avere trasformato il messaggio più rivoluzionario della storia in una festa consumista che nulla assomiglia all’autentico Natale.
Lasciatemi questo sogno.
Io scelgo il Natale Natale: niente regali, un po’ di silenzio e 
qualche riflessione su questo nostro mondo che abbiamo spinto a correre troppo, tanto da non riuscire più a tenergli il passo.
Ed allora, a tutti tanti auguri di buon Natale.