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Meglio il divano dell’ufficio

Alcuni annunci sui quotidiani ci inducono a “cattivi pensieri”.
Uffici pubblici chiusi: è un provvedimento sensato oppure fa comodo a molti?
Meglio il divano di casa che la scrivania in ufficio?
Perché il 90% preferisce stare a casa?
E per il pubblico come diventa la vita: meglio o peggio?

Meglio il divano dell’ufficio

Il piano degli statali, non tornare più in ufficio
MEGLIO IL DIVANO DELL’UFFICIO
Il feroce titolo di “Libero”…

Basta con le belle parole: “non sarà più come prima”, “la pandemia ci ha migliorati”, “il Paese ha fatto un passo avanti” e così via.
Se spesso si è esaltato lo smart working come la soluzione di ogni problema oppure come un brillante avvio dell’Italia verso la informatizzazione, si ignora un vero problema, cioè quello del caos e dello stato di anarchia che riguarda il servizio pubblico e la pubblica amministrazione.
Provate ad accedere a qualche ufficio pubblico! È più facile entrare in Olanda che dalla porta degli uffici pubblici!
Se le Poste, con opportune precauzioni sono accessibili al pubblico, perché non lo sono gli altri uffici: hanno forse maggiore carica virale?
Tuttora molti uffici sono chiusi; nessuno sa quando riapriranno e per gli analfabeti informatici, davanti alle porte chiuse, rimane un solo consolante avviso: “l’apertura avverrà a data da destinarsi”.
Questa situazione è veramente paradossale in quanto mentre i comuni mortali sono costretti ad affrontare tutti gli ambienti lavorativi e di comune frequentazione convivendo con i micidiali virus in agguato, la casta dei dipendenti pubblici (ai quali lo stipendio è assicurato) sono a casa loro ben lontani dagli uffici e dagli utenti per i quali dovrebbero essere a disposizione.
È inutile inneggiare ai vantaggi dell’attività da casa come la soluzione ideale, perché il rapporto interpersonale è insostituibile.
Non solo ma in un periodo particolarmente difficile in cui la semplificazione doveva essere una parola d’ordine, tutti i soggetti che sono nella stanza dei bottoni della burocrazia hanno congiurato tra loro per complicare ancora di più le procedure, diversificarle da territorio a territorio e lasciare sconcertati e disarmati quelli che con i sistemi informatici hanno meno dimestichezza.
Noi non condividiamo i motivi delle chiusure indiscriminate ed abbiamo molti dubbi sulla autenticità delle motivazioni.
Un cameriere può servire i clienti mentre l’impiegato pubblico lo può fare dal divano di casa?
Quante stanze della Provincia, ampie ed ariose (spesso vuote), sono così pericolose per assembramenti e contatti di lavoro?
Veramente feroce è il titolo a piena pagina di “Libero” pubblicato il 4 giugno scorso.
Il quotidiano di Feltri lancia un allarme provocatorio ma che siamo tentati di condividere:
“Impiegati affezionati al divano”;
“Gli statali hanno un piano: non tornare più in ufficio”;
 “Altro che crisi, i dipendenti pubblici (93% favorevoli al lavoro da casa) stavano benissimo in quarantena, dove nessuno può controllare la loro attività”.

Il gradimento del lavoro da casa non è solo a livello statale: i quotidiani locali hanno indicato nel 90% il favore dei dipendenti provinciali per il lavoro da casa.
Sono molti gli interrogativi che nascono da questa repentina e prolungata voglia di smart working.
Quali scenari si possono aprire per l’immenso patrimonio edilizio pubblico inutilizzato?
Chi non riesce a comunicare in forma digitale, resterà per sempre un cittadino di serie B?
Ed ancora, siamo sicuri che i tecnici riescano a sostituire tutti i colloqui, incontri, verifiche di piani e progetti in video conferenza?
Massimo Cacciari è anche lui feroce contro il “distanziamento sociale” che dovrebbe essere definito “fisico”, soprattutto perché fa parte di un ampio disegno perverso di isolarci, evitare la socialità del nostro genere che invece ha saputo produrre il colloquio tra menti, la discussione, il confronto ed anche la lotta tra loro.
In una parola, nella “paura di contagiarsi” c’è anche un più ampio disegno perverso: quello di condannare ed annullare il senso di “comunità” a favore dei propri egoismi ma privando le persone della aggregazione e della relazione personale, fondamento di ogni sana società civile.