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I masi nel Tirolo del sud

L’Alto Adige, con le sue tradizioni, la sua cultura ed il paesaggio incantevole rappresenta sicuramente una realtà unica.
Come unica, avvincente e coraggiosa è la vita di persone che abitano tutto l’anno in masi sopra i 1500 metri, ricavando dalla natura ostile il proprio sostentamento. Ma come vivevamo 50 anni fa? Lo scopriamo attraverso alcuni passaggi dell’inchiesta giornalista “Gli eredi della solitudine” di Aldo Gorfer.

Vivevano di lavoro, fatica, solitudine e silenzio
I MASI NEL TIROLO DEL SUD
Gorfer ha dato un volto ad eroi sconosciuti

Due trentini, Aldo Gorfer (Cles 1921 - Trento 1996) e Flavio Faganello (Malè 1933 - Trento 2005) hanno vissuto una esperienza unica di giornalista e di fotografo nei primi anni settanta del secolo scorso.
Hanno documentato per noi una realtà di esseri umani dimenticati, lasciati soli nella loro lotta contro la natura e per la sopravvivenza: i contadini dei masi sud tirolesi sparsi ai limiti del mondo oltre i 1500 ed anche i 2000 metri sulla montagna impervia, nemica, subdola e tuttavia amata con un attaccamento spesso incomprensibile.
Hartmann Gallmetzer, richiesto di tradurre il libro “Gli eredi della solitudine” ha scritto “più mi addentravo nel libro di Gorfer, più arduo diventava il compito di esprimere in tedesco i suoi sentimenti: mi pareva perfino di violentare il suo modo di chiedere anche le cose più intime alla gente di montagna…”.
Questo libro, pubblicato per la prima volta nel 1973, propone una inchiesta giornalistica dove la vita dei masi di montagna appare come una “sopravvivenza medievale”.
Solo le foto di Faganello ci conducono alla realtà con immagini forti in bianco e nero dove i personaggi descritti ed intervistati da Gorfer prendono forma e non sono più fantasmi immaginari di un mondo incredibile ma diventano persone vere, attaccate alla vita in condizioni estreme, al lavoro in misura quasi bestiale, alla fede in maniera commovente, alla famiglia in forma devota ed alla natura in maniera eroica.
La nostra rivista ha ritenuto che un assaggio di questa realtà -spesso sconosciuta ed ormai appartenente al passato- non possa cadere nell’oblio, non solo per far conoscere le radici storiche di una popolazione straordinaria come quella alto atesina ma anche per un senso di devota ammirazione verso queste persone, forse le ultime, che hanno vissuto sulla base di valori umani forti poi in gran parte evaporati con il progresso e la rivoluzione post ’68.
Aldo Gorfer riesce a rompere il ghiaccio con questa popolazione dei masi spesso chiusa e taciturna, poco avvezza a parlare dei propri sentimenti.
È così che, ospite del Maso Gasperer, incontra Rudolf e gli pone una domanda sulla religione:
“Nei masi ci credono ai simboli esterni, alle benedizioni, oppure li considerano strumenti sacrali e magici?”.

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"Glie eredi della solitudine - Viaggio nei masi di montagna del tirolo del sud"
Aldo Gorfer


Interno del Maso Gasperer
Glie eredi della solitudine - Viaggio nei masi di montagna del tirolo del sud, Aldo Gorfer


Ragazzi del Maso al ritorno da scuola
Glie eredi della solitudine - Viaggio nei masi di montagna del tirolo del sud, Aldo Gorfer

Il Rudolf risponde:
“Ci crediamo perché coloro che sono venuti prima di noi ci hanno creduto. Essi sono il sostegno della vita. No, non hanno, per noi, il senso magico che tu dici. Piuttosto hanno un senso di fiducia perché senza fiducia non si può vivere, non si può andare avanti”.
“Un buon lavoratore è anche un buon cristiano. Tutti i buoni lavoratori sono buoni cristiani”.
Qualche giorno dopo fummo chiamati a Santa Walpurga, in Val d’Ultimo, dove Franz dell’Innerbach era morto sulla strada del suo maso.
Era successo così d’improvviso che nessuno vi aveva fatto caso. Il Franz aveva lasciato il paese a notte fonda prendendo il sentiero che risale la costa del rio Valsura. Laggiù, al bar, avevano udito un grido. Qualcuno staccò la lanterna dal muro spingendosi sui prati in vana esplorazione.
Il giorno dopo trovarono il Franz steso sulla neve ai piedi di una briglia del torrente. Era scivolato sul ghiaccio cadendo nel buio. Durante la notte era morto dissanguato. Era rimasta una grande chiazza vermiglia.
Il Franz lo posero in una gran bara nera issata nella stube del maso. Il maso era aperto alla gente. A centinaia, andavano e venivano nell’angusto corridoio spalancato, sotto il tetto, al gelo esterno. Venivano silenziosamente dai masi sparsi sulla montagna e davano l’acqua benedetta con un ramoscello di abete.
Quando i cacciatori amici del Franz ne portarono la bara sul sentiero, nell’enorme silenzio della folla venuta dai masi, si udì un contenuto singhiozzo. Un cacciatore distribuiva dei rametti di abete bianco che i compagni si mettevano all’occhiello. Un altro cacciatore precedeva la bara, legata con le funi alla portantina: in una mano reggeva una piccola croce nera e un rosario di madreperla, nell’altra una lanterna accesa a significare che l’anima del morto era presente nella comunità dei vivi. La folla scese per il sentiero e sembrava uno spettacolo irreale. Camminò per un’ora intera sempre raccolta e orante fino alla chiesa.
I riti imposti dalla morte qui sopravvivono con la convinta intuizione di un bene nell’aldilà…”.