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Era un paese.

Chi erano padre Max, la Dosolina da tutti chiamata Lina e Francesco soprannominato Babbo?
Nessuno lo sa veramente perché ormai fanno parte del mondo dei più, riposano nel piccolo camposanto del paese e si trovano solo nella memoria degli anziani che oggi si vergognano non solo di essere vecchi ma anche di avere nella testa ricordi così decrepiti da non interessare nessuno.

Chi erano padre Max, la Dosolina da tutti chiamata Lina e Francesco soprannominato Babbo?

Nessuno lo sa veramente perché ormai fanno parte del mondo dei più, riposano nel piccolo camposanto del paese e si trovano solo nella memoria degli anziani che oggi si vergognano non solo di essere vecchi ma anche di avere nella testa ricordi così decrepiti da non interessare nessuno.

Eppure, a loro modo sono tre eroi, piccoli o grandi, che hanno fatto la storia di un paese: paese con la “p” minuscola s’intende.
Ora quel “paese” è morto, morto per sempre e loro, proprio loro, sono stati gli ultimi cippi miliari di una storia mai scritta o perché non interessa nessuno oppure perché non è rimasto nessuno a scriverla.
Non importa il nome del paese, potrebbe chiamarsi Molini, Fontanelle, Prada oppure Cisterna, Bruni, Piazzo, Giazzera, non importa.
Lo potremmo chiamare semplicemente “paese”.
So soltanto che era un bel paesino di una stretta valle dove d’inverno il sole scappa troppo in fretta dietro l’alto orizzonte del monte Pasubio, ma d’estate si alza così presto da cogliere impreparato perfino il gallo nel pollaio della prima casa baciata dal sole.
Nessun altro posto come questo poteva mandare tanti odori e profumi, quelli odori e quei profumi che ti entrano nelle narici ma vanno subito al cuore ed alla testa per farti sentire emozioni, turbamenti e ricordi.
D’inverno nell’aria frizzante del mattino era quel buon odore di fumo di legna che usciva dai neri comignoli dei tetti e dalle cucine dove donne troppo invecchiate dal tempo e dalla fatica si curvavano davanti alla bocca dei fornelli per attizzare il fuoco di legna “minùa” e con le “stèle” di faggio asciugate per lunghi mesi sotto i malandati poggioli in larice.
La giornata era poi scandita da altri profumi ed odori.
Come il profumo del pane lasciato dalla scia invitante dietro l’Ape del fornaio che tutti i giorni alla stessa ora saliva dalla città. Non solo, ma nella stradina che tagliava in due il paese d’estate c’era un misto di profumi d’erba e fieno steso ad asciugare.
Perfino il letame aveva qualcosa di naturale, perché le vacche mica mangiavano mangimi fatti di non si sa che cosa ma solo erba buona e fieno messo a stagionare sopra la stalla.
Allora chi l’avrebbe detto che quel piccolo villaggio sarebbe destinato a morire, morire in pochi anni?
Tre personaggi e tre storie, intrecciate tra loro, hanno messo fine a quel drappello di poche anime che in poco tempo si sarebbe disperso per lasciare il paese con i muri scrostati, le gronde dei vecchi legni piegate sotto il troppo peso dei coppi e tante, troppe porte chiuse e mai più aperte.
Era lunedì 4 marzo 1963 quando padre Max, il francescano di 39 anni, pedalando a fatica sulla vecchia Bianchi nera, saliva come ogni giorno dal suo convento di Rovereto per celebrare la messa mattutina. Era imponente. D’inverno avvolto nel mantello color caffelatte, con un sorriso ammiccante e, spesso, con un toscanello a lato della bocca. Era scalzo perché anche S. Francesco lo era, ma quel giorno non era in forma come al solito: qualche brivido di febbre gli rendeva faticosa la pedalata sulla salita che dal ponte arrivava al paese. Però non poteva arrendersi: le poche anime in chiesa non si sarebbero capacitate della sua assenza.
L’inverno non si era ancora arreso e lungo la strada erano rimasti due lunghi biscioni di neve gelata spartita ai lati dal vecchio vomere tirato da buoi.
La sera stessa padre Max era a letto con 39 di febbre ed il giorno dopo all’ospedale. Non giunse al lunedì successivo, chiamato troppo in fretta lassù dove la sua Bianchi non poteva arrivare, anche se gli dispiaceva lasciare sole le buone anime del paesello.
Questo fu anche il primo rintocco funebre per il paese: la chiesetta rimase aperta ancora per qualche tempo solo per portare qualche fiore di campo all’altare. Poi fu chiusa del tutto ed aperta solo alla festa del patrono.
Il secondo rintocco funebre fu quello della botteguccia di generi alimentari che per tradizione la famiglia della Lina aveva gestito dalla notte dei tempi.
Entrarvi era un effluvio di odori e profumi. Lo stoccafisso, il profumo dei formaggi, l’odore dei salami che pendevano dal soffitto. Ma anche il sapone di Marsiglia, la naftalina, il flit, le polverine Idriz per rendere effervescente l’acqua di rubinetto, ed altro ancora.
Il negozietto era piccolo e buio ma aggirarsi attorno agli scaffali di legno era una continua sorpresa, vuoi per i vasi di vetro e di latta in bell’ordine, vuoi per il profumo della frutta locale, per lo più mele segnate da qualche malattia, l’uva schiava e qualche rara banana dal prezzo ancora proibitivo.
Anche la Lina dovette arrendersi. Non fu la bronchite, che si era portata via padre Max, ma la complicazione di tutte le scartoffie che si erano inventati a Roma e che superava le sue risorse e la sua voglia di resistere.
Il terzo ed ultimo rintocco funebre fu la chiusura del bar trattoria “Alla fontana”.
Aveva conosciuto tempi migliori la piccola osteria fatta di un bancone, quattro tavoli con le sedie di legno ed un retrobottega dove l’anziana madre cucinava piatti di minestrone, “golas”, trippe, polenta e crauti.
Chiusa la cucina per limiti di età era rimasto il figlio Francesco detto Babbo. C’era lì per dire che il paese c’era ancora, ed era vivo. C’era anche per quei pochi avventori che non andavano oltre i due-tre bicchieri di rosso e la domenica giocavano alla morra.
Per tutti quelli che nella vecchia osteria non entravano mai, sapere che era aperta era la conferma che il paese c’era ed era vivo.
Ma pure per la vecchia osteria arrivò il terzo rintocco ed anche questa dovette chiudere.
Senza più la chiesa, chiusa la bottega e l’osteria, cosa restava del paese?
Fu l’inizio della breve fine. In paese erano rimasti in pochi: qualcuno aveva preso la strada per il piccolo cimitero, altri erano scesi in città per abitare con i figli o per finire i loro giorni nella casa di riposo.
Ancora adesso qualche solitario camminatore attraversa il paese. Si aggira tra le case vuote. Si sofferma a leggere le vecchie lapidi sulla parete della chiesetta ma non sa chi era padre Max, né la Lina, né Francesco detto Babbo. Non ci sono più i vecchi suoni, né il gallo, né i rintocchi della campanella sul campanile, né le voci delle donnette alla fontana.
Neanche i profumi ci sono più.
Il camminatore sente solo il rumore dei propri passi, si guarda attorno e poi se ne va con un solo pensiero: “Che tristezza!”
Paesi, paesi di montagna, tutti accomunati da un unico destino: l’abbandono e l’oblio con tanta storia che non interessa più nessuno.
Soltanto che ora, con la storia del Covid, ecco riaccendersi un lumicino di speranza.
È scritto sui giornali, ne parlano i sociologi, lo incoraggiano gli economisti e lo sperano gli agenti immobiliari.
Tra non molto quei paesi torneranno a vivere: grazie allo smart working.
Arriveranno i fighetti di città a bordo dei loro suv.
Hanno il collo e le braccia pieni di tatuaggi. Assieme a loro giovani ragazze uscite dalla Bocconi, jeans stracciati, anelli dappertutto, qualche volta anche nel naso. Parlano “en ponta” perché ormai il dialetto non lo parla più nessuno, nemmeno l’ultimo malgaro rimasto sul Pasubio.
Non sanno nemmeno cosa significhi “grazidel”, rampim, cazot, né tacom (sui pantaloni), oppure trisa, ma invece parlano una lingua strana che qui non si era mai sentita: web, giga, blog, cookie, twitter e streaming.
Ogni tanto intramezzano la parlata con qualche parolaccia e guardano la povera piccola chiesa come un cimelio da medioevo che però un giorno trasformeranno in un circolo stare un po’ assieme: qualche bicchiere di birra, una Coca e, si fa per dire, uno spinello ogni tanto. Così per starsene un po’ assieme, ciascuno in silenzio con gli occhi puntati sul proprio smartphone.
Apriranno i vecchi usci rimasti chiusi per decenni, daranno aria alle piccole stanzette con il pavimento di assi sconnesse e cigolanti. Correranno alla finestra trattenendo il fiato per arieggiare e profumeranno l’aria con lo spray alla fragranza gourmet.