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Edilizia nei numeri da paura

Di sicuro la categoria non affonda: lo ha chiarito il Presidente Buono parlando della sostanziale “tenuta” dei nostri redditi professionali.
Non c’è dubbio però che la sofferenza del settore delle costruzioni continua. Non solo sono definitivamente chiuse moltissime imprese tradizionali (più di 120.000), ma anche gli addetti al settore (700.000) si sono trovati fuori dal sistema.
Non ci possiamo nascondere le nostre difficoltà anche perché l’edilizia, con tutte le attività correlate, rappresenta un settore portante della economia.
Osserviamo -spesso impotenti- un balletto di proposte, proclami, decreti ed altro con cui l’attuale politica cerca -non senza una certa confusione- di uscire dall’attuale impasse.
Citando un recente articolo di Sergio Rizzo, ripercorriamo di seguito l’incerta situazione del momento con un convincimento condiviso: in tutti i casi l’incertezza costituisce uno dei principali motivi del negativo andamento della nostra economia.

Edilizia nei numeri da paura

...Ed il governo riesuma i commissariamenti
EDILIZIA NEI NUMERI DA PAURA
In 10 anni ridotta di 120.000 aziende e di 700.000 lavoratori

Sergio Rizzo, segugio delle scelleratezze burocratiche e degli sperperi della politica nel nostro Paese, ha recentemente analizzata la situazione della edilizia pubblica in Italia soffermandosi ad analizzare le incerte misure che il governo dovrebbe prendere per resuscitare un moribondo ormai allo stremo.
Ricorda innanzitutto che in Italia, gli ultimi dieci anni hanno segnato la sorte di 120.000 aziende polverizzate con ben 700 cantieri fermi.
Nel complesso si valuta che il settore delle costruzioni abbia perso un numero di lavoratori compreso tra 600 e 700.000 unità.
Se il settore langue e tutti i fattori di misurazione della economia hanno un segno meno, non lo si deve soltanto ad una inesauribile crisi economica ma anche ad una politica impreparata, senza idee chiare né obiettivi certi.
È ormai una regola quella di distruggere sistematicamente ciò che i governi precedenti avevano fatto nel bene e nel male.
Adesso però il blocco dei cantieri non ha nemmeno l’attenuante di una riforma rigorosa e lungimirante, ma solo tentativi approssimativi ed incoerenti.
Sergio Rizzo, dinanzi alla definizione del sottosegretario all’economia che definisce il codice degli appalti “Una boiata pazzesca” ritiene che “in quanto a boiate, il governo gialloverde di Giuseppe Conte non ha rivali”.
Ma quali sono i sintomi di un provvedimento bollato sul nascere come un “armamentario cervellotico pieno di clamorosi errori”?
Il nuovo codice è ritenuto da molti il principale responsabile della crisi degli appalti pubblici. Anche la decisione di sospendere l’efficacia del codice fino al termine del prossimo anno è stata definita “tecnicamente un fallimento”.
Per rincarare la dose circolano delle proposte per innalzare la soglia della procedura negoziata a 5 milioni e per ricorrere in maniera consistente ai commissari ad acta per sbloccare le opere ferme.
Evidentemente il governo è perseguitato da un “pregiudizio ideologico verso le opere pubbliche” fino a concepire l’analisi costi-benefici non in sede preliminare di progetto ma con le opere già iniziate.
Poiché, anche attraverso queste remore si è giunti al crollo del PIL, si decide di accedere alle procedure di emergenza per quasi la totalità degli appalti considerando che in Italia il 95% delle opere pubbliche è di valore a base d’asta inferiore a 5 milioni.
Evidentemente la politica non ha memoria ma evidenzia pure una contraddittorietà negli obiettivi per due ragioni:

  • Anziché alleggerire una burocrazia demenziale si preferiscono le procedure d’urgenza che richiamano alla memoria i trascorsi di Anas e di protezione civile
  • Inoltre adesso -dopo l’approvazione della legge “spazza-corrotti”- lo stesso governo consentirebbe di aggirare il 95% delle normali gare d’appalto con i conseguenti rischi della corruzione

Controsenso ed incoerenza caratterizzano questo sconcertante balletto di misure il cui effetto non sarà la eliminazione della corruzione (la legge di stabilità innalza da 40.000 a 150.000 euro l’importo dei LL.PP. senza gara) ma difficilmente farà risalire a galla una economia così importante per il nostro Paese, affogata nelle troppe misure all’insegna della improvvisazione confusa e pasticciata.