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Difendere la privacy

In TV vediamo tante faccine di bambini coperte dalle nuvolette e persone riprese dalla vita in giù. È questa vera privacy, oppure è solo una presa in giro!
Le vere violazioni alla privacy arrivano da internet: ecco come sfuggire a chi sfrutta i nostri “clic” e “tic” informatici.

La difesa? non fornire i dati al web.
OFFUSCAMENTO CONTRO CHI CI SPIA
Privacy, sempre più violata

Sarà vera privacy?

Il nostro mondo è talmente pieno di contraddizioni da risultare difficile decifrare le regole, discernere le leggi buone da quelle deleterie, distinguere le regole che sottendono interessi delle lobby e dei grandi capitali da quelle “buone” fatte per la gente.
Un esempio palpabile, di fronte a noi?

Pensiamo alla privacy.

Appare perfino ridicola la consuetudine acquisita in TV di mascherare con una nuvoletta il volto dei bambini.

Ora sono diventati piccoli zombi senza volto che si aggirano tra di noi in cerca di una identità.

La stessa identità cui vanno alla ricerca centinaia di gambe, scarpe o sederi ripresi in primo piano e trasmessi così per non mostrare il volto di persone che passeggiano, camminano, fanno acquisti, si muovono e fanno una vita normale.

Privacy? è una parola abusata che serve agli uffici pubblici per non darti le informazioni che ti servono.
Privacy? spesso è la regola con la quale ci beffeggiano spacciandola per una nostra legittima difesa mentre tutto si sa di noi: le abitudini, i gusti, le mete di viaggio, perfino il numero di scarpe.

Purtroppo in un futuro non molto lontano sarà molto facile manovrare questa massa di numeri, ingannare la gente e farle fare ciò che i grandi poteri desiderano.

Già in Paesi dove prevale il sistema dittatoriale i social diffondono notizie subdole ed interessate, talvolta vere e proprie falsità, per orientare il consenso politico e l’orientamento delle persone.

Proprio attraverso i social il dibattito nazionale ed internazionale è profondamente attraversato da pensieri violenti e discriminatori che vanno di pari passo con quel martellamento di proclami e slogan nei quali l’attendibilità non è rilevante mentre -però- la natura delle parole incide sul modo di pensare della gente.

I nostri dati raccolti sul web.

Quali armi si possono mettere in mano all’uomo della strada per non essere la marionetta di qualche burattinaio o di qualche multinazionale che tesse i nostri destini?

Forse sfugge ai più, ma un’ arma potente è quella di documentarci, ascoltare più fonti informative e ragionare con la nostra testa.

Ma è sufficiente?

Esistono modi e trucchi per far perdere le nostre tracce, per evitare che sui nostri gusti ed abitudini, qualcuno faccia business a buon mercato?

Ricerche per studiare il contrasto

l problema è veramente serio tant’è che alcune istituzioni accademiche hanno effettuato studi ed affinato metodi per capire come i nostri dati personali sono raccolti sul web. Non solo ma sono pure in grado di mostrarci il loro valore economico.

È già in fase di pubblicazione -da parte di un gruppo di ricercatori della Carnegie Mellon di Pittsburg (Pennsylvania)-  un'estensione del browser che spiega il quadro di tutto ciò che gli sponsor pubblicitari possono sapere su di noi in base alle nostre navigazioni: se siamo appassionati di sport, collezionisti di francobolli, se nel fine settimana stiamo in casa oppure preferiamo le scampagnate, se siamo più o meno benestanti. Ben presto un altro strumento web, studiato dall’università Carlos III di Madrid, svelerà invece il valore economico che noi produciamo inconsciamente per Facebook (“Facebook Data Valutation Tool”).

Proprio così; siamo connessi col mondo e lasciamo tracce di continuo come le povere lumache che non sfuggono ai loro raccoglitori. In questo modo diventiamo chiari e trasparenti.

Difendere la privacy

Altro che privacy. Si può sapere “quasi” tutto di noi e siccome la privacy non può essere a senso unico ma soprattutto non desideriamo che le informazioni sul nostro conto siano raccolte a nostra insaputa – da adesso – sappiamo che è possibile ingannare chi ci traccia in rete consentendoci così di difendere la privacy.

Qual è il segreto?

Il segreto è quello di fornire informazioni volontariamente sbagliate, ciò che in termine tecnico si dice “offuscare”.
Con l’offuscamento la difesa è possibile.

Due studiosi americani, Finn Brunton ed Helene Nissenbaum sfoderano tutte le armi di resistenza on line sotto il nome di “obfuscation” cioè “offuscamento” spiegandone le mosse più appropriate.
Si tratta di aggiungere deliberatamente informazioni ambigue, confuse o fuorvianti per interferire con la sorveglianza e la raccolta dei dati.

In sostanza si tratta di cliccare tutto, ogni singola pubblicità, dire a Facebook che ci piacciono cose che non ci piacciono.

Forse nell’era post-Snowden è impossibile sparire senza lasciare tracce, ma ora sappiamo che può iniziare una rivoluzione il cui segreto consiste invece nel confonderle, alterando i “Big Data” che informano il tracciamento e la proliferazione di ogni nostra attività on line.

Forse il sistema non è nuovo (pensiamo alle storie di spionaggio) perché in altri campi conta vecchie tradizioni nella storia. Però è un sistema umile perché consente di integrarsi con altre modalità di protezione delle proprie comunicazioni on line -a partire da quelle tecnologiche- e dunque dalla crittografia e da un corretto uso delle proprie password.

Ma non per questo è meno importante. I suoi metodi sono inadeguati, ma molto spesso funzionali quanto basta a prendere tempo, spiazzare i controllori e, più in generale, a ridurre lo squilibrio informativo tra noi, produttori di dati, e i soggetti che li raccolgono e analizzano così spesso in situazioni che non comprendiamo, per scopi che non conosciamo e soprattutto per finalità che non condividiamo.

In definitiva l’offuscamento non serve a rimpiazzare soluzioni politiche, d’impresa o tecnologiche e non è il rimedio ad ogni male. Ma, considerato come uno strumento che si inserisce in una rete più ampia di pratiche a tutela della privacy, può essere particolarmente utile per chi non può fare ricorso ad altre modalità di protezione più strutturate.

Il sistema può essere adottato anche dai dissidenti politici e da chiunque voglia sottrarsi alle sempre più comuni forme di discriminazione automatica che scaturiscono dal consegnare inconsciamente ogni aspetto delle nostre vite agli algoritmi dei colossi web.

Nella maggioranza dei casi -però- si tratta di non essere così trasparenti come i grandi poteri del web vorrebbero che fossimo.