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Chi frena il PIL?

Forse è di 120 miliardi la spesa per le grandi opere che dovrebbero partire.
Perché l’Italia è ancora un paese “ingessato”?
Ancora una volta il dito è puntato contro il mostro della burocrazia: quella ossessione prodotta da Tangentopoli che ha fatto scrivere leggi in continua evoluzione, espresse in forma cavillosa, complicata ed indecifrabile che ha prodotto un solo risultato: la paralisi del sistema.

Chi frena il PIL?

Il Paese paralizzato dalla burocrazia
CHI FRENA IL PIL?
62 o 120 miliardi di grandi opere ferme?

Matteo Renzi, più che mai accalorato davanti ad un attonito Giovanni Floris lo ha detto chiaramente:
“Nel Paese sono bloccati 120 miliardi di opere pubbliche, occorre muoversi e fare in fretta…altrimenti il Paese non cresce”.
Più facile a dirsi che a farsi.
L’impresa è pressoché impensabile in Italia: ci provò il Ministro dei ll.pp. Paolo Costa nel 1997 nel primo governo Prodi. Ma poi si cimentarono altri guru della politica e dell’economia ma non ci fu nulla da fare.
Ed ecco spuntare il Decreto sbocca cantieri.
Tante belle intenzioni, tanti bei progetti ma sempre con lo stesso risultato: un nulla di fatto.
Nell’autunno 2019 Sergio Rizzo denunciava 62 miliardi di stanziamenti rimasti ad ammuffire e solo due mesi dopo Matteo Renzi arriva a parlare di 120 miliardi di grandi opere bloccate.
Se non è questo il problema possiamo almeno stabilire le cause e le origini dei questa mostruosa inefficienza della macchina statale?
Lo rivela Gloria Riva con un reportage che tutti dovrebbero conoscere se non altro per comprendere quanto i tentacoli della burocrazia e la tela di ragno delle norme abbia di fatto tirato il cappio del condannato a morte: la crescita economica dell’Italia.
Due sono i sentimenti nazionali per ogni iniziativa di crescita: la paura delle infiltrazioni mafiose e la indignazione per la lentezza delle realizzazioni.
I politici vanno in affanno e, sotto la spinta emotiva delle riforme, disfano la legge in vigore e ne fanno una nuova.
Il risultato? L’Italia, Paese più lento d’Europa negli appalti pubblici.
L’economista John Keynes sosteneva l’importanza degli investimenti pubblici (strade, ospedali, scuole ecc.) in tempi di crisi: in questo modo aumentavano gli stimoli per l’intervento privato.
In Italia il tempo medio per la realizzazione di un appalto è di 4 anni, con punte di 16 per le opere maggiori.
Mentre con la teoria di Keynes l’aumento di liquidità “statale” in Germania è aumentata del 50%, in Italia gli investimenti pubblici sono crollati del 27% costringendo le aziende private a pompare denaro nelle proprie attività senza poter contare sugli stimoli dei finanziamenti pubblici.
La responsabilità di questo sfascio risiede nelle continue riforme, nell’eccesso di burocrazia, nei ricorsi temerari ed perfino nel costante spostamento delle risorse per gli appalti alla copertura di spese correnti o impreviste.
Negli ultimi 5 anni si sono attuate ben quattro modifiche nel tentativo di semplificare i regolamenti.
A parte la lotta di potere Stato-Regioni che ha provocato una normativa cavillosa, nemmeno lo “sblocca cantieri” ha sortito un esito migliore.
Il delegato finanza dell’Anci Guido Castelli ha dichiarato che con lo sblocca cantieri “rischiano di restare bloccati tutti i bandi pubblici per opere fino a 5 milioni di euro. Lo sblocca cantieri è scritto così male che, a causa di una incerta interpretazione dei TAR, occorre attendere la decodifica del Consiglio di Stato” (ndr: non prima del giugno 2020).
Né gli amministratori pubblici né le aziende riescono a lavorare in una situazione in cui il legislatore cambia ogni poco tempo le carte in tavola.
Perfino il codice appalti del 2016 non risulta attuato nella parte in cui aveva creato centrali di committenza per accentrare le procedure d’appalto così da ridurre le attuali 35mila stazioni appaltanti a poche decine.
Altre pecche dello sblocca cantieri risiedono nell’aver alleggerito le norme sui piccoli appalti senza affrontare il problema della lentezza nella realizzazione delle grandi opere.
L’Europa, dalla quale dipendiamo, è molto più veloce di noi e così il Paese perde miliardi di fondi comunitari per la lentezza delle procedure.
Soltanto la malavita si destreggia con incredibile velocità, intuizione e senso di adattamento arricchendosi e divorando fondi europei nelle pieghe della illegalità.
C’è chi afferma che lo spartiacque di questa situazione sia da individuare in Tangentopoli.
Da quell’epoca in poi, nel tentativo di superare la discrezionalità politica, sono stati creati mostri di complessità: per evitare corruzione ed infiltrazioni mafiose le gare d’appalto sono state scritte con perfezione (con minuziosa cavillosa scrupolosa) certosina senza alcuno spazio per la interpretazione.
L’unica variabile resta il prezzo. Il terrore di finire inquisiti da Magistratura e Corte dei Conti ha creato una nuova regola: conseguire sempre il massimo ribasso in modo che tecnici ed amministratori pubblici si sgravino da ogni responsabilità.