Tu sei qui

40 macchie nere

Mi trovo in una grande città: non è né Trento né Bolzano o forse sì ma non adesso; in un imprecisato anno del futuro.
Sto affrettando il passo per entrare in un grande palazzo di vetro: al decimo piano campeggia una insegna enorme: “Prospettive geometri”.
Ormai il notiziario, nella nuova veste digitale, ha conquistato un pubblico incredibile e risollevato perfino le sorti dell’asfittica era dell’editoria.

Passo indifferente tra i portieri in divisa che salutano riverenti quando, ad un tratto, verso l’alto sento uno scricchiolio sinistro.
Il tempo per capire cosa sta succedendo, quand’ecco che l’imponente insegna vola per dieci piani, mi colpisce e mi fa stramazzare a terra.
“Sogno o son desto?”: appena il tempo di tastare attorno ed accorgermi – tutto sudato – che era soltanto un brutto sogno estivo.
Che sia una funesta premonizione? 
Veramente il notiziario finirà così tragicamente assieme al suo direttore di sempre, così apprezzato e meritevole?

Macché: è solo uno di quei maledetti sonni agitati che mi prendono nelle afose notti estive dopo aver fatto male i conti ed aver tracannato quantità esagerate di acqua minerale nella illusione di spegnere una sete che invece lascia la bocca secca come un forno tutta la notte.
Non so se anche voi abbiate provato la mia stessa sensazione davanti all’estate.
L’estate: non è solo una stagione, è anche una condizione particolare, un insieme di emozioni e di stati d’animo.
Quando fuori l’aria è calda e pesante come piombo il sonno non arriva mai, però ad un certo punto sento il torpore che spegne il caldo insopportabile ed asciuga il sudore sul collo. 
Sta arrivando il dolce sonno ristoratore quand’ecco che – come una bomba – arriva una moto con lo scappamento aperto: lacera l’aria densa tra le case, entra nella stanza attraverso la finestra di sinistra, sfrecciando tra l’armadio ed il comodino, per poi uscire da quella di destra.
Maledizione…sicuramente un’altra ora per prendere sonno, mentre ancora una volta mi sfilano davanti tutti i meteorologi e gli scienziati della TV, da Guido Guidi ad Andrea Giuliacci, da Luca Mercalli a Mario Tozzi: tutti a sentenziare che siamo solo all’inizio della fine, perché molti altri guai sono in arrivo.
I primi sintomi dei cambiamenti climatici sono il rialzo delle temperature. 
I 40 gradi effettivi ed i 45 percepiti saranno solo un ricordo refrigerante tra qualche anno quando all’equatore l’acqua bollirà da sola e l’ultimo ghiacciolo al Polo nord si scioglierà in una piccola pozza d’acqua.
Mi assopisco con una immagine inquietante: Salvini in costume da bagno tra le onde chiede un passaggio verso il Circolo Polare artico ad una canoa di nigeriani che però lo apostrofano malamente: 
“È finita la pacchia, mica siamo scafisti, noi siamo migranti in crociera e qui non sale nessuno.”
La notte trascorre così. Quando sto scivolando nel mondo dei sogni ed è quasi mattino, avverto il “bzzzz” della zanzara che non riesco a vedere ma di sicuro sta atterrando su quel poco che ho lasciato fuori dal lenzuolo, dal naso in su, giusto per respirare.
Nel poco tempo che rimane prima di alzarmi, covo sentimenti di vendetta, tremenda vendetta.
Incollerito per la lunga notte insonne, finito il silenzio greve della notte, spesso interrotto dallo sgradevole e non richiesto concerto di cani, mi alzo con propositi vendicativi. 
È così che stampo sul muro il perfido insetto, anche se più tardi dovrò fare i conti con mia moglie per il nuovo timbro a forma di zanzara lasciato sulla parete da poco imbiancata.

Se non nelle lunghe notti insonni, nell’ozio dei silenziosi pomeriggi domenicali d’agosto in città – da soli – è facile tornare al passato.
La gente è sparita dalle strade. Le auto riempiono le autostrade ed i ragazzi si sono spostati a fare chiasso al mare o nei pub.
È il momento di pensare alle molte estati del passato tra la veglia ed il torpore della pennichella con i tanti ricordi che riemergono meno sbiaditi.
Estate. Per noi bravi ragazzi cresciuti all’ombra del campanile di S.Rocco, finita la scuola, l’estate significava tanti giorni di libertà, lunghissime giornate piene di sole, l’ebbrezza delle corse in bici, i giochi spensierati e gli scherzi con gli amici, le scarpinate in montagna con nutrite compagnie che la sera scendevano dal lago di Cei, tutti rossi come i gamberi, intonando “La me morosa vecia...”.
Ma non solo: c’era anche il sogno di cambiare il mondo e vedere tutti felici.
Noi eravamo veramente più felici. Si cantava “Nel blu, dipinto di blu”, “Volare”, “Azzurro” e “Piove”.
Io no, perché sono stonato. Ma la gente fischiettava per strada e chi cantava passando in bicicletta non era il solito ubriaco e non era preso per matto: era il fornaio che consegnava il pane, oppure lo spazzino che ramazzava la strada e la serva che stendeva i panni.
Poi c’erano i primi furtivi inseguimenti alla biondina che non saluta nessuno, solo per vedere dove abita.
I pomeriggi sul lago di Garda a guardare le bionde tedeschine, meravigliose e disinibite, stese a pancia in giù sulla battigia coi piedi a mollo, nella loro sfrontata bellezza dei vent’anni.
Avevo certamente un’altra idea del futuro: non giornate monotone da riempire ma tanti sogni da realizzare, gli ideali da raggiungere, una vita migliore per tutti.
Pensavo che la vita fosse più semplice o per lo meno che con l’età e l’esperienza molti misteri si chiarissero e molte domande trovassero risposta.
Invece più passano gli anni, più aumentano gli interrogativi, mentre le ingannevoli ricette per la felicità si confondono con le lusinghe della pubblicità commerciale o con la voce di mille ciarlatani o di mille saggi che danno per scontato il senso della vita.
Per non parlare della nostra Patria infelice, sprofondata nel coro dei lamenti, nelle risse sterili e feroci, negli insulti a buon mercato, mentre le cronache sono piene di tristi presagi per i giovani, spesso con prospettive di noia, vittime di alcol e droga o peggio attirati sulla strada del crimine per fare soldi o celebrare riti di violenza. 
Così mi accorgo che, a differenza dei miei ideali, gli scienziati non hanno scoperto la formula della felicità, la gente ha meno voglia di sorridere e che il progresso sta trasformando il pianeta in un rottame surriscaldato.
Camminando in città devo scendere per primo dal marciapiede, mentre incrociando i passanti che vorrei salutare trovo soltanto sguardi a terra, il muso lungo, l’espressione cupa, la cicca in bocca e gli occhi sullo smartphone.
Purtroppo i sogni muoiono nella banalità delle azioni ripetute ogni giorno e nell’amara consapevolezza di appartenere ad una generazione di pochi meriti.
Spesso nemmeno il tenero, incantato mondo dei bambini riesce a distrarci dal veleno quotidiano delle brutte notizie e dei sentimenti risentiti.
Io stesso ho avuto modo di constatare che questo nostro mondo arrabbiato comincia a contagiare anche i più piccoli.
Un bimbetto che trovo a casa di un cliente, mi saltella incontro e, tutto orgoglioso, chiede: 

“Lo vuoi vedere il mio ultimo disegno?”
“Certo che lo voglio vedere!”
“Te lo spiego?”
“Sì, fammi vedere quanto sei bravo!”
“Vedi, questo tutto azzurro è il mare. In mezzo c’è una vecchia barca con sopra quaranta macchie nere”
“Cosa sarebbero queste macchie nere?”
“Sono i migranti, no?”
“Ah sì ho capito. Ma quelle linee rosse che dalla spiaggia finiscono sulla barca, cosa sono?”
“Ma allora non capisci niente!”
Me lo ripete spesso anche mia moglie, però senza quel tono di paziente indulgenza. 
“Non vedi che è il mio papà che accoglie i migranti con la mitragliatrice?”

Lascio quella casa un po’ sconcertato al solo pensiero che i bimbetti di 5-6 anni crescono con sentimenti così teneri e carucci, mentre noi, alla loro età, mettevamo le monete dei nostri fioretti nei salvadanai di cartone destinati ai “moretti dell’Africa”.
C’è solo da sperare che crescendo possano trovare la gioia di tendere la mano al diverso, invece di farlo affogare nel disprezzo.
Per un attimo chiudo gli occhi: penso alle prime foglie gialle sugli alberi, alle mattinate più fresche, al sole meno rovente.
Sono i primi segnali di un’altra estate che sta per finire, scappata via di corsa come altre cento stagioni della mia memoria.
L’estate!
Mare o montagna? Gelato al limone o al pistacchio? Vecchi rassegnati e immobili sulle panchine del parco o sbarbine che sgambettano leggere su e giù dal corso?
Sarà la morsa del caldo, saranno le ore insonni sprecate a cercare il lato fresco del cuscino. Sarà quel che sarà, ma la domanda è sempre la stessa: 
“Siamo noi stessi più nella veglia o nel sonno?”