Tu sei qui

“P” come Professionista o come Precario?

Quante volte “professionista” è sinonimo di “precario”?
Un viaggio nell’universo di partite IVA, precari e giovani professionisti senza incarichi alla ricerca delle spiegazioni…

Cosa deve cambiare nel “girone” degli ultimi?
“P” COME PROFESSIONISTA O COME PRECARIO?
Senza tutele e senza santi in Paradiso

Nella china scivolosa del precariato
Un tempo “libero professionista” era l’etichetta di lavoratore intellettuale privilegiato.
Ma oggi cosa è cambiato nel panorama di partite Iva, precari e giovani professionisti?
L’Italia primeggia in Europa per la più forte presenza di lavoratori autonomi.
È una forza o una vulnerabilità nel nostro panorama economico?
Sia l’uno che l’altro si potrebbe rispondere.
Certa è la constatazione che in Italia i professionisti o la maggior parte di loro, non rappresentano più una categoria privilegiata.
Ciò nonostante le partite IVA sono una componente strutturale del nostro paesaggio socio economico, anche e propriamente per una massiccia presenza numerica.
Ora, tra gli effetti collaterali del Covid si registra una accelerazione ulteriore della devastazione dei ceti medi popolati anche di autonomi, professionisti compresi, accomunati nella lotta di sopravvivenza sulla scivolosa china del precariato.

Evasori o tartassati?
Gli autonomi sono talvolta in bilico tra una certa pratica di evasione fiscale ed il fardello di una tassazione esosa che raggiunge livelli scandinavi ricevendo poco o nulla in cambio.
Infortuni, malattia, ferie, tredicesima ed ammortizzatori sociali sono tutte chimere o frutti proibiti per gli autonomi ed i professionisti, oberati dalla asfissiante burocrazia ma spesso anche all’inseguimento di committenti restii nei pagamenti.
Ora la pandemia sta facendo saltare il già precario equilibrio della loro sopravvivenza facendo ingrossare le file dei precari, i cognitari, i giovani professionisti senza incarichi e le false partite IVA.
Un vero e proprio esercito che –a titolo diverso– involontariamente, è diretto verso la “proletarizzazione”.

Non privilegiati ma precari e fragili
Negli stereotipi correnti, le libere professioni continuano a venire considerate come una finestra di opportunità per il riconoscimento dei propri talenti, ma in realtà sono in maggior parte prigioniere di una condizione di fragilità e precarietà in un Paese dove “l’ascensore sociale” è immobile da anni.
Al di là del distorto immaginario collettivo e delle punte di diamante di studi professionali con redditi che sfiorano i € 300.000,00 annui (ndr: reddito medio dei notai € 285.000), risultano molto significativi i dati reddituali annui di larghe fasce di professionisti tecnici, come questi:

  • Giovani professionisti: € 16.000
  • Geometri (anno 2019) € 21.000
  • Architetti: € 25.000
  • Ingegneri: € 32.000

Talenti senza rappresentanza
Nonostante tra gli autonomi ed i liberi professionisti si possano contare talenti eccezionali e poco valorizzati, il governo è insensibile nei loro confronti perché più orientato a favorire la popolazione anziana spinta verso il pensionamento in giovane età (vedi quota 100) o verso tutele negate alle partite IVA.
A fronte di questa imperdonabile negligenza, proprio dal lavoro autonomo precario potrebbero arrivare proposte serie per sollevare il Paese da anni di scelte politiche devastanti.
Ma perché proprio gli autonomi stanno pagando uno scotto
tanto pesante nel panorama economico sociale d’Italia?
La spiegazione può essere una sola: stanno pagando pesantemente l’assenza di una propria rappresentanza politica.
È sufficiente passare in rassegna le professioni dei nostri politici al Senato, così rappresentati:

  • 51 dirigenti
  • 40 avvocati
  • 38 imprenditori
  • 56 docenti

Ed i professionisti tecnici dove si nascondono?
Nei “2” professionisti intellettuali, nei “3” tecnici, oppure in nessuno di loro?